da Lallio e la sua storia, Lallio, 1995, di Marchi Corrado e Rota Tarcisio
SOMMARIO L’ETÀ MEDIOEVALEIl presente lavoro nasce da una duplice esigenza: da una parte approfondire i contenuti della storia del paese di Lallio al fine di una ripresa della tradizione da parte della comunità locale, dall’altro fornire agli studiosi di storia locale e non del materiale per ulteriori approfondimenti.
Questo volume è stato promosso ed editato dall’Amministrazione comunale di Lallio, segue due opere, mosse dalle stesse motivazioni, sulla chiesa di s. Bernardino(Autori rispettivamente Achille Bonari e Paola Moranti – p. Tarcisio Rota) e dovrebbe essere seguito da altri lavori vertenti sull’analisi del territorio. Dell’organizzazione sociale, delle pergamene dell’Archivio parrocchiale.
Limiti cronologici – Il primo documento sul quale appare il nome del paese – è dell’875; reperti databili ad epoche precedenti non sono stati rinvenuti o non ne è facile la datazione; pertanto questa data viene presa come limite cronologico anteriore; anche la discussione sull’etimologia del nome del paese(latina o indoeuropea?) – che presentiamo nelle prime pagine –non fornisce elementi certi e d’altronde un toponimo non è prova di presenza di un centro abitato, se esso stesso non lo indica esplicitamente.
Quale termine posteriore è stata scelta la seconda guerra mondiale, circa cinquant’anni fa – eccezion fatta per brevi note sugli ultimi parroci; questa scelta è data da due motivi: la metodologia di una ricerca di storia recente è diversa da quella da noi usata per la presente trattazione, inoltre sono previste altre ricerche più specifiche, come detto opra, sull’argomento.
Limiti di materiale – Il maggior problema incontrato nel corso del lavoro è stato quello della scarsità delle fonti: la ricerca d’archivio, per quanto puntigliosa sia stata, ha fatto emergere poco, confermando la scarsa importanza del paese di Lallio dal punto di vista storico; l’Archivio parrocchiale, poi, non presenta materiale antecedente al XV secolo, forse a causa di un incendio, probabilmente avvenuto in tal periodo. Maggiori informazioni si hanno invece intorno al XV secolo (grazie ai documenti relativi alla fondazione della chiesa di s. Bernardino e alle sue proprietà beneficiali), al XVI secolo (visita pastorale di s. Carlo Borromeo) e ai secoli XVII e XVIII in quanto il paese di Lallio acquista importanza come capoluogo di pieve, lo è già dal XIV secolo.
Criteri – Una nostra preoccupazione è stata quella d’evitare, come si rischia in lavori di questo tipo, il particolarismo, l’anedottica: in questo senso il singolo ‘monumento’ – la chiesa,il palazzo, … - ci hanno interessato meno dell’ambiente in cui si trovava; abbiamo voluto sapere come era la vita in un certo periodo, la gente, quali i suoi problemi –nascita e sopravvivenza, vita familiare e comunitaria, lavoro e riposo, gioie e dolori, malattia e morte -, il modo di ‘organizzare’ il tempo e lo spazio, in altre parole la cultura, i modi di lavorare.
Altra nostra preoccupazione è stata quella di ‘contestualizzare’ i vari episodi e i vari momenti narrati collegandoli nella storia della diocesi o della nazione onde favorire una ricostruzione più approfondita del momenti e una migliore conoscenza delle cause e degli effetti di quanto riferito.
Ulteriore attenzione è stata quella di dividere la materia in unità brevi, episodi agili, affinché il lettore possa trovare facilmente ciò che ceca e possa in breve tempo esaurire l’argomento; abbiamo poi usato un periodare e un lessico molto semplici, sfrondando i particolari e le trattazioni scientifiche, rimandando quest’ultime alle note a piè di pagina, insieme agli opportuni riferimenti critici, ad uso di coloro i quali vogliano approfondire l’argomento trattato nel testo.
Ci auguriamo di riuscire, almeno in parte, a presentare la storia di Lallio in maniera viva, aiutando il lettore a ritrovare il proprio passato, il passato della comunità sociale, delle tradizioni, dei luoghi e delle cose.
L’ETIMOLOGIA DEL NOME DI LALLIO
Nel documento più antico finora rinvenuto, la grafia del nome ‘Lallio’ si presenta sotto forma di Lalio; poi si riscontra in epoche successive la variane Allio in vari documenti del 1.100, Lagio nel XII secolo. Nel testamento di fra Eustachio Licini da Poscante, stilato il 3 maggio 1451, in favore della chiesa di s. Bernardino si trova già affermata l’attuale denominazione di Lallio. In una carte geografica del 1701 ad opera del francese Nolin si trova la denominazione dialettale bergamasca Lai.
Il nome di Lallio viene usato anche per un paese in comune di Zogno (Bergamo), per un comune in provincia di Como (Laglio), si trova un Ala in Trentino.
Il territorio di Lallio non è mai chiamato pagus, ma piuttosto vicus, per indicare la vicinanza alla città di Bergamo, mentre il pagus era considerato più lontano e meno raggiungibile.
L’etimologia di Lallio viene plasticamente raffigurata nello stemma caratteristico del municipio, inclusivo di una scacchiera da gioco. Si tramanda infatti nel paese di Lallio, sotto forma di racconto popolare, che gli antichi soldati romani, impegnati lungo l’anno nelle varie località montuose della bergamasca, trascorressero l’inverno a Lallio, divenendo così luogo di passatempo.
Secondo questa più o meno ondata tradizione storica, il nome di Lallio, proviene dal latino alea ( = dado). È rimasta famosa la frase di Cesare sul punto di attraversare il fiume Rubicone: Alea iacta est, "il dado è tratto". Lallio vuol dire "luogo dei dadi"; là dove si svolgevano i giochi invernali delle guarnigioni romane.
Un’altra spiegazione dell’origine rimanda sempre al latino, ma ad un nome proprio, ovvero Lallius.
Non pienamente convinti di etimologie di origine latina abbiamo cercato di percorrere un’altra strada in quanto il 90% dei toponimi della bergamasca sono di origine preistorica. La l che inizia il nome sembra essere una pròtesi, ossia un elemento non etimologico aggiunto successivamente e quindi la vera radice risulta essere al (è giunto nel dialetto bergamasco come ai, così anche si chiama l’aglio, ma non è questo il significato, come vedremo dopo); una radice lal in indoeuropeo non esiste. Le nostre ricerche si sono concentrate sul gallico j – al – o e sui termini greci
›loj e ¢lo£ (il suffisso oj non c’entra, si tratta solo di un articolo postposto). Il primo è un termine indoeuropeo molto frequente nei nomi di luogo francesi come suffisso - ail, - eil, - euile significa radura; il secondo e il terzo (in relazione con il primo) significano rispettivamente palude (ma anche prato, prateria) ed aia. È chiaro quindi il riferimento a un luogo pianeggiante in una zona boscosa, forse paludoso. Sempre seguendo la radice al si può giungere al significato di ‘andare errando’, ‘vagare’: la radice infatti è giunta dal greco ¢l£omai e al latino amb – ul – o. "La voce è diffusa anche nelle lingue baltoslave, con significato pressappoco simile, per cui essa può essere preceltica e risalire all’Età del Bronzo".In appendice vale la pena citare un’interpretazione etimologica di Lallio, inficiata di un giudizio di poca attendibilità.
Si indica infatti nel libro di Donato Calvi la data del 4 maggio 1007 per l’arrivo in Lombardia di Rotansardo re d’Ungheria e di Boemia. Un consigliere di questo re si chiamava Longofredo e si era stabilito nella bergamasca. Edificò Mologno, l’attuale Casazza e altri luoghi della Val Cavallina. Questo insigne personaggio ebbe tre figli: Ingeforte, Leopardo e Terzo. Il primo diede origine alla famiglia Agliardi detta de’ Capitani "per haver la Terra dell’Aglio fabbricata". Il secondo filgo diede origine alla famiglia Martinenga detta pure de’ Capitani di Martinengo. Il terzo figlio diede origine alla "prosapia dei Terzi". Ma, come abbiamo visto sopra, il nome del paese esisteva già da almeno un secolo e mezzo dall’arrivo in Lombardia della famiglia Agliardi. Anche l’uso dello stemma a scacchiera è precedente a quello con la piantina d’aglio. Sono notizie curiose e non si vuol negare loro ogni fondamento storico, però vanno considerate in senso critico, forse per indicare un rilancio del paese di Lallio in quella precisa epoca storica.
Le origini di Lallio non hanno trovato documentazione storica: abbiamo il nome del paese di origine preistorica, testimonianze di ritrovamenti di stoviglie, che comunque non sono stati conservate e che, sempre dai racconti, non è facile datar all’epoca romana piuttosto che barbarica, cunicoli che dovrebbero collegare antichi edifici, ma che non sono stati finora perlustrati. È comunque sicura una presenza in età longobarda, giustificata dai nomi, dal diritto praticato da certe famiglie di Lallio, anche a distanza di secoli dall’arrivo di questo popolo germanico. Forte fu la presenza di questa stirpe sia nella città di Bergamo che nel contado; per quanto riguarda il più vasto contesto della diocesi basti notare che abbiamo una successione ininterrotta di vescovi longobardi fino all’837 (i Franchi avevano sconfitto i Longobardi e conquistato l’Italia centrosettentrionale già nel 773/74) per ritrovare poi nell’867 sulla cattedra vescovile ancora un longobardo; anche gli ecclesiastici di nazionalità longobarda furono diffusi, frequentemente provenienti dai villaggi del contado.
"Anche le pochissime carte bergamasche superstiti del periodo attestano la presenza di Longobardi nei vici, Longobardi che, testimoni a negozi giuridici, si definiscono quali viri devoti, appellativi designanti uomini liberi nella pienezza dei loro diritti e doveri pubblici". Più difficile è individuare una presenza longobarda a Lallio. Parlando in generale dei paesi intorno a Bergamo possiamo seguire quanto indica C. Storti Storchi: "si può ritenere che, in considerazione dell’importanza strategica di Bergamo i Longobardi avessero stanziato una fara (insediamento familiare) nel centro della città e altre fare nella cinta suburbana, (…) in prossimità di preesistenti insediamenti rurali, i vici e i loci ubicati nel territorium civitatis, assorbito successivamente dal comune in quanto compreso entro i confini delle vicinie suburbane". È comunque sostenibile che i conquistatori sostituirono la classe dirigente cittadina – i barbari infatti consideravano nobile solo l’arte della guerra – mentre la popolazione meno ricca della città e del suburbio subì solo il peso tributario dell’invasione mantenendo la composizione etnica e territoriale, i propri usi e la propria economia agricola: tuttavia risultano presenti anche nel contado gruppi di longobardi liberi di diversa condizione sociale da poveri contadini fino a gente appartenente a famiglie collegati alla famiglia dei duchi".
La storia di Lallio nella tarda antichità e agli inizi del medioevo seguì le sorti amministrative e religiose della città capoluogo in quanto non costituiva una realtà autonoma, ma era sotto l’autorità politica di Bergamo e faceva riferimento alla chiesa cattedrale per quanto concerneva la vita spirituale e l’amministrazione dei sacramenti. Nei secoli successivi (seconda metà del IX secolo – XI) "i vescovi furono signori della città di Bergamo e di parte del contado" e Lallio rientrava sotto tale autorità. "Proprio il vescovo intorno al Mille ne aveva assegnato le decime in parte alla canonica di san Vincenzo, in parte a quella di sant’Alessandro".
Il paese doveva essere costituito da accampamenti militari forse già in età romana, a protezione della città e dei poderi ove lavoravano contadini che tentavano di strappare terre coltivabili alla vegetazione.
All’inizio del Medio Evo la situazione dovette peggiorare, infatti la scomparsa progressiva negli ultimi tempi dell’età romana e nei primi secoli dell’alto Medio Evo di un controllo delle acque accentuò, nella Padania, la separazione paesaggistica ed agraria fra le zone di pianura, particolarmente della bassa pianura, e quelle dell’alta pianura e delle valli e pendici collinari: le prime furono soggette ad inondazioni ricorrenti che ne sconvolsero l’assetto e resero sempre più difficile un ordinato ed intensivo sfruttamento agrario del suolo. L’incolto dei boschi, dei pascoli naturali, delle paludi, si diffuse incontrastato ed i centri abitati vennero via via riducendosi, fino a che non iniziò nei secoli VIII – IX l’inversione della tendenza, inizialmente assai limitata.
L’ETÀ MEDIOEVALE
Nel più antico documento scritto, finora giunto a nostra conoscenza, è costituito dal testo di una pergamena contenuta in un importante studio pubblicato nel 1988. Porta la data dell’11 settembre 875.
In quegli anni era papa Nicolò I (858 – 867), un pontefice molto combattivo come non si erano più visti dall’epoca di Gregorio Magno. I successori dell’imperatore Carlo Magno avevano cercato di assorbire la Chiesa cattolica all’interno dello stato imponendo ai papi il giuramento di fedeltà. Tuttavia il potere dell’impero era decaduto sempre di più a causa dei conflitti in seno alla stessa famiglia regnante, delle incursioni di nuovi barbari da est e dei Saraceni al Sud dell’Italia, dell’autonomia sempre maggiore conquistata dai feudatari. Invece il prestigio politico e morale della Chiesa nel corso del X secolo tendeva ad aumentare sempre di più.
Nicolo I affermò la propria autorità sull’impero obbligando il re Lotario II a riprendere la moglie Teutberga dalla quale aveva divorziato con falsi pretesti perché sterile per poter sposare una donna dalla quale aveva già avuto tre figli.
Un altro punto a favore della Chiesa di Roma il papa lo acquisì scomunicando e piegando al suo volere il metropolita di Ravenna Giovanni che tiranneggiava i vescovi della Romagna e rifiutava di riconoscere la superiorità del papa in quanto sosteneva che il fondatore della chiesa ravennate, sant’Apollinare, fosse un compagno e non un discepolo dell’apostolo Pietro e che i vescovi successori degli apostoli avessero eguale dignità del papa. Ancora la chiesa di Roma riportò una vittoria sull’imperatore d’Oriente Michele III il quale aveva deposto il patriarca di Costantinopoli Ignazio per sostituirgli un laico di nome Fozio.
L’imperatore d’Occidente invece era Ludovico II (855 – 875), già re d’Italia dall’844, il monarca che più si interessò alle vicende italiane occupandosi di questioni ecclesiastiche (arrivando a creare un antipapa, anno 855) e interessandosi del Meridione d’Italia ove erano presenti in lotta fra di loro i Longobardi del ducato di Benevento, i bizantini e i Saraceni con le loro continue scorrerie. Egli riuscì a scacciare i saraceni da Bari, ma non da tutta l’Italia meridionale e a sottomettere le longobarde Capua e Salerno, ma non Benevento.
Questo imperatore morì a Brescia il 12 agosto 875 e ivi fu sepolto nella cattedrale. Il metropolita di Milano Ansperto reclamò le spoglie e si recò di persona a Brescia insieme ai vescovi Garibaldo di Bergamo e benedetto di Cremona.
Arriviamo al nostro documento.
Un mese dopo la morte di Ludovico II, a Levate, non molto lontano da dove passò il corteo funebre, l’11 settembre dell’875 un certo diacono Stefano, davanti a un notaio, del quale non ci è pervenuto il nome, e a quattro testimoni, fece testamento. Grazie a lui possiamo iniziare la nostra storia di Lallio.
La pergamena è conservata molto male, vi sono abrasioni tali da non renderla completamente intelligibile; tuttavia se ne coglie il senso generale.
In questo documento il nome di Lallio (Lalio) vi ricorre due volte; vi sono nominate delle case e dei beni, probabilmente si tratta di terreni, appartenenti al diacono Stefano, la cui famiglia era originaria di Stezzano. Si parla del paese di Lallio come di sfuggita, poiché il testo in questione fu scritto a Levate e si riferisce principalmente alla chiesa intitolata a san Vittore, situata a Grumello del Piano.
Lo scritto ha tute le caratteristiche di un testamento, firmato dallo stesso diacono Stefano e sottoscritto da vari testi.
IL diacono Stefano, per mezzo del suo testamento, stabilisce che la sua cappella di s. Vittore a Grumello, dotata di proprietà sia signorili (domocultile) che massaricie (masariccis), passi in eredità agli officianti della chiesa di s. Alessandro in Bergamo (custodes ordinarii Sancti Alexandri); nel contempo crea un usufrutto a favore, successivamente e finché sono in vita, del chierico Giovanni e dei suoi nipoti, il diacono Rotpaldo e il chierico Andrea, con l’impegno, a carico di tutte queste persone, pena la decadenza immediata dell’usufrutto, ad offrire il giorno anniversario della sua morte, un pranzo a dodici sacerdoti e a poveri (pro unoquiquesque pane uno et carne vel formacilo).
Il diacono Stefano destina in proprietà al sacerdote che avrebbe officiato nella cappella di s. Vittore la decima che gravava sulle pertinenze della cappella, le proprietà in Lallio, ch’egli aveva avuto in permuta da s. Alessandro; tuttavia finché sarebbe stato in vita, l’usufrutto di questo secondo gruppo di proprietà sarebbe andato a favore del suo liberto, il chierico Radaldo, con l’impegno di garantire l’ufficiatura e le luminarie.
Un terzo gruppo di proprietà, costituito precisamente da metà del paese di Lallio (reliquie vero meditate de predicto vico Lalio), viene destinato a Teuderolfo, previo usufrutto a vantaggio del liberto Roteperto.
Un quarto gruppo di proprietà, costituito dalla metà di un vigneto e una casa in località Galinaria, o Gatinaria è destinata a suo fratello Albonio, dopo che l’usufrutto viene utilizzato dal chierico Giovanni e da Andrea. Infine l’altra metà del vigneto viene destinata ai sopraddetti officianti di s. Alessandro.
Si nota la preoccupazione che ogni proprietario e usufruttuario si preoccupi ed agisca in suffragio della sua anima.
Il paese di Lallio figura come luogo di vassallaggio, proprietà che passa di mano in mano, senza godere di una sua autonomia. È una località vicina a Bergamo e in questo momento risulta essere alquanto svantaggiata. Il paese sembra diviso fra il prete della chiesa di s. Vittore e Teuderolfo. Se si vuole parlare di natale per il paese di Lallio,le sue origini sono molto modeste.
I secoli si succedono, la storia medioevale prosegue con lentezza insolita per noi abituati a vedere in una decina d’anni cambiamenti che i nostri progenitori non vedevano in secoli. Le terre bergamasche assistettero alle lenta agonia dell’impero romano, sicuramente senza che la popolazione se ne accorgesse perché tanti sistemi politici e tante vicende hanno caratterizzato la tarda antichità romana; anche gli abitanti di Lallio parteciparono passivamente all’arrivo di genti barbare, le più significative per la storia dell’Italia furono i Longobardi (nel 568), i Franchi, vincitori sui primi nel 773, ma conviventi con i sottomessi; anche il grande impero, sacro e ‘romano’, dei germanici Franchi si concluse, dopo un’altra lenta agonia. Per gli Italici si aprì il periodo più brutto, il "secolo di ferro", (prima metà del X secolo): scorrerie di nuovi barbari, i terribili Ungari, conflitti fra feudatari, fra ecclesiastici, eserciti italiani e stranieri che percorsero la penisola, odi, egoismi, la chiesa in mano a gente ben poco religiosa (basti pensare che ci furono papi adolescenti), Roma governata da donne poco raccomandabili.
Lallio non sembrò vivere queste vicende.
Sicuramente la carenza di documenti ci lascia tanti vuoti; tuttavia i testi a noi pervenuti ci parlano di cose semplici ,quotidiane, che sicuramente interessavano di più la gente delle vicende che noi ricordiamo di questo periodo. Si tratta di pochi documenti, che quindi non hanno valore statistico, cioè non ci consentono di conoscere il tenore di vita, la percentuale di servi e di uomini liberi rispetto alla popolazione complessiva, qualcosa di più ci servirà il successivo studio sulle decime; tuttavia da questi documenti, dalla notte dei tempi, appaiono delle persone vive, quasi plastiche
Diceva un antico assioma romano: divide et impera; era uno stratagemma usato per ottenere buoni risultati in guerra. Crediamo sia utile seguire questa tattica anche come metodo di ricerca storica, altrimenti si rischia di fare delle grandi confusioni.
Secondo il nostro modesto pare, i tre Giovanni di Lallio di cui parlano le antiche pergamene dal 911 al 982 sono tre persone distinte.
Troviamo appunto nel 911 un certo Lupo, figlio di Giovanni di Lallio, in una pergamena scritta ad Albegno e compare nel numero dei testimoni che sottoscrissero il documento di vendita di un appezzamento di terreno a prato e uno a bosco, situati in Oleno (Sforzatica).
Un secondo Giovanni d Lallio intervenne nel 955 con altri due concittadini Gariverto (il giovane) e Bonizo. Invece nell’anno 965, a distanza di dieci anni, fu il solo lalliese a firmare un contratto per cui un certo Domenico donò alla figlia Maria un terreno ai piedi della collina bergamasca. Un certo Giovanni di Lallio è conosciuto anche con il nome o soprannome di Amizo (forse amico) e compare in una pergamena dell’anno 982 per la vendita di un terreno posto in Lallio, chiamato "Campo da Albiare"; entra sempre nella lista dei testimoni, di quelli che sottoscrivono.
Non dimentichiamo nella nostra rassegna un certo Pietro di Lallio, citato in una pergamena del 971, dove è firmatario in una permuta di terre appartenenti al territorio di Pedrengo.
L’antica storia del paese di Lallio si compone di episodi più o meno interessanti, capaci di fissare la memoria su avvenimenti d valore generale per accostare il periodo feudale.
Il vescovo Azione di Bergamo nell’anno 991 volle cedere una sua serva di nome Giovanna ad un certo signor Gisalberto in cambio di beni terrieri che si ritrovavano a Lallio. Nel riferire questo fatto si viene a sapere il tipo di alberi esistenti nel territorio di Lallio, per esempio c’erano castagneti. Viene specificato nel contratto tramandato su pergamena che Giovanna cambierà padrone portandosi dietro anche tutto il vestiario (cum cuncta vestimentula).
Sempre nel X secolo troviamo una testimonianza di fede da parte di un abitante di Lallio che si dichiarò appartenente alla razza longobarda la quale forte presenza mantenne per secoli nella bergamasca.
Il signor Oberto era deciso a tutto per seguire il Vangelo alla lettera ed avere il centuplo promesso da Gesù su questa terra e in più la vita eterna per quanti si spogliano dei loro beni in favore del regno dei cieli.
Fu cristiano tutto di un pezzo, secondo la comprensione della sua coscienza e delle attitudini del tempo. La pergamena in questione porta la data dell’anno 989 e riferisce il nome del contadino del signor Oberto, si chiamava Andrea.
Gli alberi da frutta, i boschi, i terreni arativi e i corsi d’acqua, conosciuti dalla fatica di Andrea, venivano destinati tutti in favore della chiesa di s. Alessandro in Bergamo, là dove si trova il corpo di quel martire.
Il lascito era consistente perché comprendeva non solo i terreni, ma anche le case,stalle, vigneti, alberi fruttiferi e infruttiferi. Erano beni esistenti nel paese di Lallio.
Il documento venne firmato nel castello di Monasterolo con attestazioni legali e di vari testimoni. Il signor Oberto dichiarò di attenersi alla legge longobarda della sua patria (ex natione mea).
La ricerca storica sul paese di Lallio s’incontra con un nucleo di persone della stessa famiglia. I loro nomi sono tramandati dagli atti ufficiali di compravendita e permuta di terreni. Svolgono generalmente un ruolo di estimatori e di testimoni.
La lettura attenta fa scorgere dei legami di parentela partendo dal padre per arrivare al figlio, al nipote e al pronipote. Gariverto il vecchio, come diremmo noi, è conosciuto attraverso il figlio Rotecherio che si fece ‘vivo’ a partire dal 909 al 933.
Rotecherio a sua volta generò Gariverto, il giovane, che agì in qualità di testimone, come si è detto sopra, dal 953 al 986. Speriamo di non essere smentiti da queste date, frutto di una prima ricerca.
Gariverto ebbe come figlio Garivaldo, nome evidenziato da una pergamena dell’anno 970. Questo giovanotto divenne marito di una certa Cristina che aveva già avuto un precedente matrimonio ed era rimasta vedova.
Tuttavia questa famiglia si distinse per contratti di terreni situati in Lallio; ma anche fuori di Lallio, come a Mariano, Osio Sotto, Grumello del Piano, Sforzatici (Oleno), Curno, Borgo Canale, Orio, …
Uno degli acquirenti più illustri fu il vescovo di Bergamo Adalberto che sedette sulla cattedra di questa diocesi dall’894 al 929. Ma ci furono anche dei prepositi come un certo Pietro che nel 915 fa gli interessi della chiesa di s. Alessandro; oppure il prete Luvaldo ce nel 956 permuta un terreno.
Le donne, conosciamo i nomi di Maria (anno 955) e di Cristina (anno 970).hanno sempre bisogno di testimoniare la loro libertà per agire legalmente; dichiararono di non esser condizionate né dal marito, né da altri parenti. Era questa una precauzione della legge longobarda per difendere la donna?
Tutto era già stato predisposto nel cortile del signor Ragimpaldo a Treviolo per stipulare un contratto di vendita: egli sarebbe stato il nuovo padrone di un pezzo di terreno che si trovava in Lallio.
I confini erano ben definiti rispetto alla proprietà dei campi limitrofi e c’era stato un previo sopralluogo per valutare a colpo d’occhio il "Campo di Albiare". Così era conosciuto da tutti quel pezzo di terra nella località fondiaria di Lallio (in loco et fundo Lalio).
Il prezzo convenuto da sborsare in favore del venditore signor Ragimberto era di venti denari d’argento, certo di buona lega! Queste sono le notizie ricavate dalla raccolta di pergamene degli Archivi di Bergamo e la pergamena in questione porta la data del mese di febbraio dell’anno 982.
È un frammento di storia del paese di Lallio verso la fine del primo millennio.
Il millenarismo è stato un errore sempre ricorrente lungo la storia, perché la fine del mondo fa notizia e il passaggio da un millennio all’altro offre l’occasione per mettere sul tappeto la questione. Lallio esisteva prima di allora e diede segni d vita anche dopo il primo millennio dell’era cristiana.
Troviamo citato il paese di Lallio per la prima volta nel secondo millennio in un documento nel quale i conti Lanfranco II e Arduino I autorizzarono nel 1012 un notaio straniero a redigere un documento privato in questo paese in quanto era necessario che i notai non residenti nel comitato fossero provvisti di un apposito permesso. Era un diritto comitale che ancora nell’XI secolo i conti di Bergamo si preoccupavano di difendere, per di più fuori dalla città.
Rotario e Teobaldo, padre e figlio, erano proprio di Lallio e li ritroviamo presenti davanti al conte di Bergamo Arduino, la placido da questi tenuto a grumello, presente anche il vescovo di Bergamo Ambrogio per una testimonianza di cessioni di beni per entrare nelle grazie del nuovo imperatore Corrado II nell’anno 1026.
Il vescovo Ambrogio rincorse quasi il gran Corrado, fino a raggiungerlo a Roma alla presenza del papa Giovanni XIX nel momento dell’incoronazione imperiale.
Si parla ancora di Lallio nel 1032 per la permuta di terreni, due pezzi di terre situati sul colle di s. Vigilio, nell’interesse del prevosto Ingone di Bergamo.
I nobili cittadini di Lallio si ritrovano regolarmente in comparse d’ordine secondario e anche il nome di Alberto, figlio di Alcherio di Lallio, venne alla ribalta nel 1097 per testimoniare un’investitura signorile sui territori di grumello e di Telgate.
Trascorsero i primi cento anni del nuovo millennio senza grandi avvenimenti per Lallio.
In tutto il XII secolo si ricordano episodi di personaggi legati al paese di Lallio che, tutto sommato, ne esce con un certo onore soprattutto per Alessandro e Manfredo.
Incominciamo con ordine e con la data precisa dell’anno 1102; la storia riferisce di un certo Alcherio figlio di Alberto di Lallio. Doveva essere un gran padrone perché poté acquistare con centodieci libre di buoni denari milanesi una discreta quantità di terreni e di case in Val Brembana, a Leffe, a Zogno nel campo Cervio e in Almeno dentro e fuori il castello con diritti feudali di quella corte nella porzione che ad essi spettava.
Ed eccoci arrivati ad un avvenimento principe, nel senso che segna l’origine delle decime (una tassa che i conduttori di terreni a vario titolo dovevano pagare a qualche ente o persona fisica e consistente in una percentuale del raccolto e degli animali nati) usufruite poi in futuro anche dalla chiesa di s. Bernardino in Lallio. Nel marzo del 1176 la chiesa di s. Stefano in Bergamo, per decreto vescovile, ottenne l’investitura delle decime gravanti sui terreni di Lallio, acquistandole per 70 lire imperiali da un certo Regolato, figlio del fu Teudaldo Olrico. Secondo P. Rota queste decime non erano quelle che spettavano al vescovo in quanto capo della comunità religiosa - ormai la lotta per le investiture aveva fatto capire che non era giusto che i benefici costituiti per mantenere la chiesa e i suoi ministri fossero intascate da laici, anche se il costume continuerà sotto varie forme -, ma quelle spettanti a lui come capo della comunità civile; infatti il vescovo di Bergamo ormai aveva tutte le prerogative civili.
Quasi di sfuggita troviamo il nome di Manfredo dell’Allio, console di giustizia nel 1196 insieme con Alberto Alberatone, Arnaldo di Bonate, Albereto di Guascone, Guglielmo di Sozzo e villano Coglione. Fu un personaggio di pubblica fiducia il nostro Manfredo. Terminiamo in gloria questo secolo nel ricordo del signor (dominus) Alessandro dell’Allio, chiamato a dare il bacio della pace in una vicenda spinosa nell’anno 1192. Vennero consegnati i castelli di Volpino, Cerebello e Caolino nelle mani dell’imperatore Enrico VI e fu così risolta una contesa fra Bergamaschi e Bresciani.
Alessandro dell’Allio nel 1199 riscosse una somma di cinquecento lire imperiali, una vera fortuna, per aver venduto la proprietà di due acquedotti, uno derivato dal Serio e l’altro dalla Morla.
a vedova di Gerardo Raberti di Lallio si chiamava Otta e diventò ministra dell’ospedale di Borgo s. Lorenzo in Bergamo; la notizia ci riporta all’anno 1236. In questo resoconto si parla di suore professe addette ad un’opera sociale assistenziale. Otta potrebbe essere, storicamente parlando, la prima religiosa di Lallio? L’episodio è certo molto edificante.
Nel secolo XIII ci sono altri punti di riferimento di notevole memoria e una riguarda gli amanti della numismatica. Bergamo volle battere moneta e l’anziano Roggerio di Lallio venne interpellato come esperto nell’anno 1254. Le monete in questione non potevano essere esclusive delle singole città lombarde; per questo si cercò un’intesa perché si arrivasse alla conclusione dell’uniformità. La convenzione venne stipulata a Cremona e coinvolse alcune città limitrofe e non solo della Lombardia. L’anno 1258 ci fa ritornare alla questione delle decime imposte sui terreni di Lallio che avevamo visto passare dal sig. Regolato alla chiesa di s. Stefano in Bergamo nel 1176.
In questo periodo burrascoso di lotte interne della città di Bergamo furono tali da spingere il papa Innocenzo IV ad intervenire nel 1249 per la pacificazione del Comune. Egli nominò quale vescovo Algisio da Rosciate, dei frati domenicani, che tanto s’adoperavano per la pacificazione della città. Ora, nel 1258, poiché la stessa chiesa non poteva percepire facilmente senza grandi spese e lavoro le decime e soprattutto per avere la certezza che entrassero veramente, venne investito del diritto di perpetua locazione della metà delle decime il signor Lanfranco de Suardi ("è meglio che i frutti della stessa decima fossero percepiti da un idoneo,potente conduttore una volta all’anno, che da nunzi vagabondi"). Il documento legale porta la data del 15 gennaio 1258. La chiesa di s. Stefano era ufficiata dai domenicani. Cfr. Atti del notaio Aquellus de Aquellis.
Si trova verso la fine del secolo un altro personaggio di spicco, il signor Suardo, abitante di Lallio. Nel 1297 spiravano arie di scomunica per il Suardo. La pergamena fu trovata nell’Archivio dei Padri Domenicani; il papa e il vescovo conferivano al priore del convento di s. Stefano in Bergamo piena facoltà di raccogliere rendite.
Gli interessi dei Padri predicatori entravano in conflitto con quelli del nobile e sapiente uomo d’armi Suardo figlio del fu Lanfranco de Suardi de’ Martinoni. Egli avrebbe usurpato le decime spettanti alla chiesa e al convento di s. Stefano.
Le spettanze fra Lallio e il convento di s. Stefano si prolungarono per secoli e secoli e interessarono direttamente fra Eustachio Licini al momento del suo famoso testamento del 3 maggio 1451 in favore della chiesa di s. Berardino. Il signor Suardo non aveva tutti i torti e probabilmente quella scomunica era immeritata.
GERARDO DA LALLIO A CORTENUOVA
A Cortenuova troviamo anche un cittadino di Lallio e ne esce bollato col marchio del traditore.
Federico II, re di Sicilia (1198), di Germania (1216) e imperatore era particolarmente affezionato all’Italia, che lo aveva visto nascere, soprattutto perché per un re di Germania consolidare il potere nella nostra penisola significava affermare la propria superiorità anche sui grandi feudatari tedeschi, teniamo presente infatti che la carica di imperatore non era ereditaria, ma elettiva e quindi in balìa, a volte, degli elettori. Nell’attuare il so progetto commise due sbagli: andare contro il papa e andare contro i comuni della pianura padana: errori già commessi da suo nonno Federico I il Barbarossa con gli esiti ben noti (sconfitta contro la Lega lombarda a Legnano).
A Cortenuova, nel Bergamasco, tuttavia Federico II ottenne una vera vittoria – capolavoro. A Milano si era costituita una compagnia di volontari pronti a combattere fino alla morte per la difesa della città pensando che l’imperatore l’attaccasse direttamente. Ma Federico II non si muoveva. Ormai l’inverno si avvicinava, il terreno diventava sempre più paludoso e la cavalleria imperiale non era più in grado di operare. Federico II ripassò l’Oglio facendo tagliare i ponti alle spalle. I Lombardi cedettero che volesse ritirarsi nei suoi quartieri invernali a Cremona. Con un nucleo di truppe scelte invece riattraversò il fiume e attese che almeno i Milanesi riattraversassero il fiume per ritornare a casa. Il 27 settembre la cavalleria imperiale colse di sorpresa gli avversari. A Cremona gli alleati della Lega riuscirono a riorganizzarsi, ma, investiti dalla fanteria, abbandonarono il loro glorioso Carroccio e 4000 prigionieri nelle mani dei nemici, i morti furono 6000.
A fianco dell’imperatore si schierarono anche 200 cavalieri bergamaschi. Bergamo fu premiata ottenendo in assegnazione il territorio di Cortenuova distruggendola con molto gusto. Parteciparono pure all’assedio di Brescia che, insieme a Milano, Alessandria, Piacenza e Faenza, resisteva ai tedeschi. I Bergamaschi si distinsero nell’operare a fianco, ancora, di quest’ultimi senza però riuscire a conquistare la città.
I conti di Cortenuova, Guifredo e suo fratello Gilio, furono accusati di tradimento e con loro anche Gerardo di Lallio, Maifredo di Cortenuova e Maldotto di Mornico (con il figlio Marchesino).
I beni dei traditori furono confiscati e passati ad altri proprietari, qui appare un altro lalliese, Ruggero, che ottenne le terre site a Martinengo.
Rimane ancora un mistero l’origine di una chiesa nel territorio di Lallio e se ne parla di sfuggita agli inizi del secolo XIV.
Prima di arrivare all’argomento annunciato, la ricerca fa scoprire il nome di frate Marchesino di Lallio appartenente agli Umiliati. Il documento risale al 29 gennaio 1307. In poche parole frate Marchesino diventò prevosto della chiesa con annesso ospedale dei santi Maria e Bartolomeo di Rasolo nel prato di s. Alessandro. L’incarico gli venne affidato dal vescovo di Bergamo Giovanni da Scanzo e dal prevosto di s. Alessandro che si chiamava Alessandro Clemente.
La chiesa di Lallio si nomina per la prima circostanza con il prete Filippo, primicerio della chiesa di Lallio nel 1315. Vi rimase in carica solo un anno, perché venne subito spostato a Gera d’Adda. Si discute sul titolo di primicerio, infatti in questo periodo la chiesa di Lallio non era battesimale, non era parrocchiale, ma solo primiceriale.
Per cercare di capire cosa significhi questo termine bisogna spiegare la formazione della gerarchia ecclesiastica medioevale bergamasca.
La diffusione del messaggio cristiano iniziò nelle grandi città dove si costituirono delle comunità che ben presto furono guidate da un unico vescovo. Le campagne opposero invece difficoltà la punto che il termine di pagano, praticante dell’antica religione degli dei, si originò dal termine pagus, villaggio rurale. Ancora in pieno Medio Evo in certe vallate alpine la nuova religione non era ancora giunta. Milano fu il centro d’irradiazione, insieme ad Aquileia, per l’alta Italia. Anche a Bergamo il cristianesimo si diffuse fra il III e il IV secolo. IL vescovo della chiesa – madre mantenne autorità anche sulle diocesi dipendenti ed assunse il titolo di metropolita (metropoli = città principale).
I cristiani di una città si riunivano intorno al vescovo e ai suoi preti presso la chiesa cattedrale (dove c’era la cattedra, appunto, del vescovo). Intanto anche nei paesi si formarono ruppi di cristiani che si recavano presso la chiesa cittadina per l’amministrazione dei sacramenti. In un secondo momento si formarono delle chiese secondarie con l’intento di conservare l’eucaristia ed effettuare alcune liturgie; per comodità dei fedeli anche il clero incominciò prima a girare per i paesi, poi a risiedere.
Si venne a formare una struttura gerarchica di questo tipo: metropolitania ® diocesi ® pievi ® parrocchie ® cappelle.
Nacquero così anche le chiese battesimali bergamasche (così chiamate perché potevano amministrare anche il battesimo) o pievi. Nella diocesi di Bergamo la pieve più antica è quella di Terno (774), seguono Mologno (l’attuale Casazza), Nembro, Telate, ecc. Prima del Mille le pievi, oltre quella urbana, sono otto: Almenno, Calepio, Clusone, Ghisalba, Mologno, Nembro, Telgate e Terno d’Isola. Nel secolo XII se ne trovano altre tre: Fara Olivana, Dossena e Scalve. Nel 1174 Almè è la prima chiesa non pievana ad ottenere il fonte battesimale.
Lallio non rientrava nel novero di queste chiese perché apparteneva alla chiesa cattedrale che estendeva la propria giurisdizione sul territorio circostante. Si trattava di una vasta area, sulla quale sorgevano numerose villae e loci, che già a partire dal X secolo possedevano una propria cappella. Questa particolare pieve, la cui cura animarum spetterebbe direttamente al vescovo, fu attribuita dai presuli in periodo carolingio ai canonici ordinari della chiesa matrice della città ed essi ebbero il dovere di amministrare i sacramenti e di assicurare le funzioni del culto divino alle popolazioni residenti, godendo di conseguenza del diritto di prelevare la decima sullo stesso territorio. Ancora nell’anno 1187 si testimonia che il fonte battesimale di s. Maria, collegato alla cattedrale di s. Vincenzo, fosse l’unico della città e dintorni e venivano anche "de triviolo de la sforzatica et de curnasco". Abbiamo inoltre l’esempio di Almè, a 9 chilometri dalla città, era considerata dai canonici della cattedrale nel 1175 come chiesa suburbicaria, compresa nel territorio della pieve urbana.
Nella prima metà del ‘200 l’autorità comunale di Bergamo decise di rendere autonomi alcuni paesi appartenenti al proprio territorio. In seguito a tale scelta la chiesa decise si rendere autonomo dalla pieve urbana il territorio fuori dalle mura, anche a causa della vasta superficie della pieve urbana, ma i capitoli trattennero ancora una quota del provento decimale. Nonostante la resistenza dei canonici della cattedrale, gran parte del territorio urbano fu smembrato dalla chiesa matrice e dalla divisione ebbero origine le parrocchie rurale autonome, con un proprio battistero e rettori residenti per l’amministrazione dei sacramenti. I canonici mantennero però il diritto al prelievo delle decime, per la parte spettante, mentre i rettori delle chiese parrocchiali furono mantenuti con benefici creati da un patrimonio immobiliare, messo a disposizione dalle comunità interessate, e dai proventi derivati da offerte, anniversari e diritti di natura sacramentale. Fu così che Lallio, assieme a Scano e a Seriate, divenne autonoma e a capo di un gruppo di parrocchie; ciò avvenne fra l’anno 1215 e l’anno 1260. Si tratta forse di chiese plebane, ma a causa della vicinanza con Bergamo sono preferibilmente chiamate per il diritto comune in Italia, primiceriali.
Nell’anno 1360 Scano e Seriate erano ancora primiceriali, mentre Lallio entrava già nel catalogo dei plebanati, come risulta in un’ordinanza di Bernabò Visconti. Le prime due erano diventate pievi prima del 1574, come appare dal sinodo di F. Cornaro.
TRA UMANESIMO E RINASCIMENTO
Sul finire del Medio Evo la situazione politica italiana cambiò completamente: al posto dei comuni si formarono le signorie, cioè il governo di un sovrano, e poi le signorie si trasformarono a loro volta nei cosiddetti stati regionali, governati da un signore che non riceveva più il potere dal popolo, ma dall’imperatore, territorialmente più ampi rispetto alle forme di governo tardomedioevali. Questo processo di trasformazione avvenne in seguito a mutamenti interni alle singole città, a volte anche sanguinosi, e a conflitti fra le realtà politiche presenti nella nostra penisola, impegnate in una lunga stagione -, tra gli anni ’80 del XIV secolo e tutta la prima meta del XV – che vide condottieri operare per chi li pagava meglio. L’Italia fu attraversata da molti eserciti. Nel Nord Italia i due stati più grandi erano il ducato di Milano e la repubblica di Venezia. Bergamo si trovò stretta fra questi due potenti stati e ne seguì le vicende belliche.
Venezia era impegnata in quella che viene chiamata la "politica di terraferma", ossia non cercava più la propria fortuna sulle vie del mare come aveva sempre fatto, i suoi interessi si orientavano verso la Pianura padana sia perché l’attività marinara era sempre più minacciata dalla presenza turca nel mediterraneo, sia per tutelare le vie di traffico commerciale verso il Nord Europa.
Milano raggiunse l’apogeo sotto il Ducato di Gian Galeazzo visconti (1392 – 1447) che riuscì a estendere il proprio dominio da Ventimiglia a Bologna, dal Canton Ticino a Grosseto.
Alla morte di questi le varie città sottomesse si ribellarono, la stessa Milano cadde in una situazione di anarchia. Venezia ne approfittò per avanzare: Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Padova vennero conquistate.
Il figlio di Gian Galeazzo, Filippo Maria (1392 – 1447) riuscì a riprendere negli anni ’20 il controllo della situazione. Gli altri stati italiani, temendo la potenza dei Milanesi si organizzarono in una coalizione guidata, ovviamente, da Venezia, la grande rivale del periodo, e vinsero a Maclodio (1427), ottenuta grazie al celebre capitano di ventura Francesco Busone detto il Carmagnola. La conseguente pace di Ferra assicurò a Venezia il possesso di Brescia e di Bergamo arrivando così al tradizionale confine dal fiume Adda.
Quando scoppiò la guerra per la successione al Regno di Napoli fra gli Angioini e gli Aragonesi, Milano si schierò con i primi; ma una volta catturato il nemico Alfonso d’Aragona, Filippo Maria Visconti si alleò con lui pensando di dividere l’Italia in due zone d’influenza sotto Napoli e sotto Milano. Naturalmente gli altri stati italiani combatterono per impedire di cadere sotto i due potenti alleati. Si combatté in Lombardia. Niccolò Piccinino, che combatteva per Milano, nel 1441 riuscì a respingere Francesco Sforza a Martinengo e ad isolarlo.
Venezia teneva sotto stretto dominio la città di Bergamo, tuttavia le insidie al potere della prima si fecero ben presto manifeste.
I Suardi e i loro seguaci fecero ricorso a Milano per avere truppe ed organizzare un assalto alla città. Tra i condottieri concessi dal potere di Milano c’erano i signori Alvise di San Severino e Benedetto di Forlino: i combattenti venivano forniti da Brembilla e da Gera d’Adda.
Il duca di Milano fu molto accondiscendente e l’assembramento delle forze dispiegate si ebbe il 12 luglio 1441 a due miglia presso Bergamo, cioè a Lallio e a Grumello. I risultati di questo attentato si conclusero in un fallimento: il disturbo arrecato causò danni alle campagne e alle case di cittadini che stavano alla custodia della città.
Si arrivò presto alla pace perché il duca di Milano, temendo che il proprio comandante, il Piccinino, diventasse troppo potente, si accordò con Francesco Sforza dandogli in moglie la propria figlia Bianca Maria. Egli si offrì quale mediatore di pace fra Milano e Venezia, la quale si impegnava a persuadere alla tregua Firenze. Sotto l’egida dello Sforza si concluse nel novembre dello stesso anno la pace di Cavriana o Cremona. Vi si stabiliva che, dal punto di vista territoriale, non ci fossero né vincitori, né vinti: ciascuno doveva impegnarsi a restituire le terre occupate all’altro. Bergamo restò sotto il dominio veneziano.
IL TERRITORIO E IL CONTROLLO DELLE ACQUE
L’episodio appena riportato è del 1441, interessante aprire alcune osservazioni partendo da quanto citato al termine del paragrafo precedente. Il Ronchetti parla di "guasti a case, alberi e viti". Questa affermazione ci consente di ritenere che sul territorio ci fosse un’alta concentrazione agricola. Già nel ‘400 la produzione di tali prodotti doveva essere abbastanza consistente e riferirsi, come i paesi della pianura bergamasca occidentale, a frumento, granturco, paglia, orzo, foraggio, frutta, prodotti da orto e gelsi. L’importanza del paese è messa in evidenza da Giovanni da Lezze; risulta composto da 26 famiglie (fuochi) con circa 150 persone.
Un altro indizio di una sviluppata attività agricola è rappresentato dal controllo delle acque. I terreni lalliesi venivano irrigati con acqua attinta dalla Seriola di Verdello, dalla quale poteva attingere due giorni la settimana.
L’uso dell’acqua, bene fondamentale, generava, in passato, dispute e conflitti fra la popolazione e fra la popolazione e fra i paesi. Ance in questo centro rurale nel XV secolo si ebbero liti, alcuni riferimenti li abbiamo in atti notarili.
Una vertenza, per esempio, fu intentata dal comune di Bergamo contro diversi per lo spreco di acqua della Seriola "che scorre tra Laglio e Curnasco".
Un’altra vertenza, sempre del XV secolo, scoppiò tra Lallio e Guzzanica. Un certo Fermo Licini rinunciò a favore di Pietro e Marco Antonio Grumelli il proprio diritto di acqua purché questi concedessero a Lazaro della Corte di poterla adoperare nei due riferiti paesi.
Ma quali erano i corsi d’acqua quando sono stati costruiti?
Ancora oggi il fertile terreno del paese di Lallio è interamente solcato da rogge, vasi e fossati, in buona parte ormai coperti, regolati da rigide norme scritte e consuetudinarie che garantiscono equamente, salvo eccezioni, la distribuzione dell’acqua ai vari fondi; trattandosi di un bene una volta raro (non esisteva una rete di distribuzione per mezzo di tubazioni) e molto richiesto (considerando che la maggior parte del terreno era coltivato) era oggetto di compravendita, di affitto in rapporto alla portata del canale e alle ore settimanali di utilizzo. Tutto il sistema di irrigazione era tributario del fiume Serio, a parte l’acqua attinta dal torrente Oriolo che ha carattere locale in quanto proviene da Treviolo e si disperde nei campi a sud di Lallio. Può sembrare strano che i nostri antenati siano andati a prendere l’acqua da questo fiume piuttosto che dal vicino Grembo. In realtà la situazione è in questi termini: bisogna innanzitutto considerare che Lallio dipendeva nel Medio Evo da Bergamo e che la dipendenza economica è durata nei secoli fino ad oggi. Già nel 1200 esisteva una roggia che prendeva acqua dal Serio per portarla verso la città; da questo canale si sono sviluppati vari rami secondari; questo invaso porta il nome di Serio Grande; la presa d’acqua della seriola si trova poco a valle del ponte di Albino e sviluppa il so corso nel territorio di Albino, di Nembro, di Alzano, di Nese, di Ranica, di Torre bordone, di Redona e di Bergamo. Da questo invaso sono derivate diverse rogge: la Roggia Nuova (1484), la Roggia Morla di Campagnola e Comunnuovo (1236), le rogge Piuggia e Mina Benaglio (da Bergamo a Curnasco), la roggia Serio Piccolo d’Osio, la roggia Coda di Serio (entrambe da Albegno per Treviolo, Sforzatici,fino a Osio) e la roggia Verdellina, che riguarda Lallio. Quest’ultima apparteneva anch’essa alla città di Bergamo, attraversa i paesi di Curnasco e di Lallio, sottopassa la strada per Milano presso la ex Cascina Vailetta, indi serpeggia per i territori di Guzzanica, Sabbio e Levate, per finire con le sue ultime branchie a nord di Verdellino.
Il secondo canale che collega Lallio al Serio è la Roggia Morgana attraverso le sue derivazioni. Questa roggia, forse precedente al 1200, ha la sua presa d’acqua nel comune di Nembro, poco oltre un chilometro a valle del ponte di Albino e sviluppa il suo corso nel territorio di Nembro, di Alzano, di Ranica, di Gorle, di Boccalone e di Bergamo. Da questo invaso sono derivate diverse rogge: la Roggia Curna (da Bergamo verso Mozzo, Colognola, Stezzano, Levate verso Spirano) e la Roggia Colleonesca che riguarda Lallio in quanto da Bergamo si dirige verso Grumello, Sforzatici per orientarsi verso Osio).
S. BERNARDINO DA SIENA A BERGAMO E LA CHIESA A LUI DEDICATA A LALLIO
La Chiesa di s. Bernardino in Lallio è la costruzione più antica al mondo costruita in onore del Santo, proprio nell’anno della sua canonizzazione (1450).
E’ la data probabile dell’inizio dei lavori, infatti il 3 maggio 1451 il notaio Antonio da Cerro stende il testamento dell’insigne benefattore Eustachio Licini, detto al secolo Cacciaguerra, in cui si afferma che la chiesa di s. Bernardino risulta di recente edificazione a Lallio, ma non ancora completa (noviter hedificata in dicto loco de Lallio et nondum completa).
Fra Eustachio si trovava nel Convento di Santa Maria delle Grazie, in Bergamo e apparteneva all’Ordine dell’Osservanza di S. Francesco. Quel convento era stato fondato dallo stesso s. Bernardino, presente alla posa della prima pietra e alla successiva consacrazione della chiesa il 27 aprile 1427 per mano del vescovo di Bergamo Francesco Aregazzi dell’ordine dei Frati Minori.
I documenti scritti in abbondanza e conservati ancora fino adesso all’Archivio di Stato di Bergamo e all’Archivio Parrocchiale di Lallio affermano ripetutamente che fra Eustachio era in convento al momento di far testamento dei benefici posseduti a Lallio in favore della chiesa di s. Bernardino, aveva superato i ventidue anni d’età (profitens se et aetatem viginti quinque annorum et plurium excessisse) e non era ancora professo (nondum professus). E’ importante aver raggiunto l’età legale per fare testamento valido di alienazione dei propri beni, ma è altrettanto necessario non aver ancora emesso il voto di povertà con la professione religiosa, perché dopo la professione, specialmente quella solenne degli ordini mendicanti, un individuo non può più disporre dei beni terreni (neppure di quelli patrimoniali), perché ha fatto radicale rinuncia. Lo stesso s. Bernardino fece uguale testamento pochi giorni prima di farsi frate; l’atto di donazione fu a vantaggio delle clarisse di Massa marittima e comprese tutta la proprietà personale del valore di 1.500 fiorini d’oro.
Altra testimonianza antica intorno a questo monumento è costituita da una lettera graziosa di papa Paolo II con la quale conferisce al sacerdote Andrea da Ponte il canonicato della parrocchiale di s. Martino in Nembro e due benefici clericali, compreso quello della nostra chiesetta.
Vale forse la pena spendere una parola anche a proposito del notaio Antonio da Cerro e di altri suoi colleghi intervenuti a sottoscrivere il testamento di fra Eustachio, ne troveremo perfino uno di Lallio di nome Gerasimo Lanfranco.
Antonio da Cerro, figlio di Deffendino, dirige tutta l’operazione e fa muovere un mondo di personaggi nella zona di S. Michele dell’Arco, nella città di Bergamo, dove ormai ha fissato la sua residenza. A ridosso della Biblioteca Civica ‘Angelo Maj’ si nota ancora la piccola chiesa dedicata a s. Michele, sul lato sinistro dell’edificio, visto di fronte. La convocazione avviene in un giardino, sotto un pergolato, il 3 maggio 1451, data ufficiale dell’avvenimento. La stesura essenziale doveva essere già pronta; in seguito verranno redatte le pergamene per il Comune, per i vicini e per gli abitanti di Lallio e le registrazioni nei libri della città di Bergamo: lavoro di settimane e settimane, per non dire di mesi interi!
Antonio da Cerro, notaio pubblico della città di Bergamo, si avvale di altri colleghi per dare autorevolezza alla sua documentazione e fa sottoscrivere l’importante atto testamentario, in favore della Chiesa di s. Bernardino in Lallio, dai notai Giovanni Betini di Adrara, Gerasimo Lanfranco da Lallio e Giacomo Stefanini de Suardi. Questi sono i notai della grande pergamena conservata integra e in buone condizioni nell’Archivio parrocchiale di Lallio.
È lunga sette metri! Il rotolo è formato dalla congiunzione per cucitura di quattordici fogli di una lunghezza di cinquanta centimetri ciascuno e una larghezza di circa venti centimetri. la suddivisione totale, ricoperta di fitta scrittura in lingua latina, è di circa quattordicimila centimetri quadrati.
Valore storico della chiesa di s. Bernardino
La chiesa di s. Bernardino in Lallio è giustamente ritenuta la prima al mondo costruita in onore del Santo di Siena, molto legato alla città di Bergamo. Il già citato volume di P. Morganti e T. Rota illustra con abbondante documentazione la tempestività dei bergamaschi nell’edificare un luogo di culto per l’animatore spirituale e grande operatore di pace in tutta la diocesi.
In qualità di guardiano al convento di s. Francesco a Bergamo, come risulta da un affresco del Baschenis, datato 1564, s. Bernardino non si è limitato a compiere fugaci viaggi apostolici come in altre città d’Italia. Avendo egli stesso la stoffa da vescovo per aver avuto la proposta di tre vescovadi (Urbino, Ferrara e Bologna) doveva essere un prezioso collaboratore del confratello francescano Aregazzi, vescovo di Bergamo, nell’ordinaria conduzione della vita pastorale.
Il nome di Gesù, diffuso in tutta la nazione artisticamente adornato nell’abbreviazione IHS, sembra abbia avuto il suo inizio a Bergamo. riportiamo a conferma un prezioso scritto attribuito a don Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, allora giovane segretario del vescovo Giacomo Radini Tedeschi. così si legge nel finale: "Spetta dunque a Bergamo l’onore di essere stata la prima città d’Italia dove s. Bernardino ha introdotta la devozione del Ss. Nome di Gesù.
Risultati così consolanti della predicazione di s. Bernardino in Bergamo trovano per altro singolare riscontro nei monumenti che anche oggi si conservano del culto dei bergamaschi al gran santo. ricordiamo le varie chiese della città e di alcuni grossi centri della campagna dedicate a lui, le parrocchie di Lizzola, Cepino, Semonte, Bondo di Colzate e Amora che lo hanno per patrono: la festa del santo che ancora oggi viene celebrata benché ridotta a modestissime proporzioni - in cattedrale, il 20 maggio, per antica deliberazione e a spese del Comune; il posto d’onore che la figura di lui venne acquistando nella pittura bergamasca del secolo XV; per non dire delle numerose case antiche, specialmente dell’alta città; che sopra le porte, o nella facciata principale, recano ancora il famoso trigramma del Ss. Nome di Gesù, il cui uso s. Bernardino . secondoché ci riferisce l’ignoto autore sopraccitato - da Bergamo estese agli innumerevoli altri paesi d’Italia dove sonò, sino al 1444, la sua potente voce instauratrice della vita cristiana".
Lo scritto attribuito a don Angelo Roncalli presenta un documento sconosciuto e inedito del XV secolo, contenete, fra l’altro, una breve vita di s. Bernardino. E’ molto interessante poiché in esso vengono consacrate alcune pagine all’apostolato di s. Bernardino nella città di Bergamo con notizie mai riferite da nessun altro biografo del Santo. Rimane quindi ancora qualcosa da scoprire nell’investigazione storica. Un elemento postumo alla vita del nostro santo, ritenuto forse fin troppo apostolo itinerante senza aver finora individuato sufficientemente il suo quartier generale o campo-base, risulta essere la Chiesa di s. Bernardino in Lallio. Gli studi avviati a partire dal restauratore Valentino Bernardi, che pubblicò nel 1900 il resoconto dei lavori compiuti tra il 1895 e il 1898 e soprattutto la ricerca storica condotta sulla base di pergamene del XV secolo dall’arciprete Pietro Rota circa le decime di Lallio portano elementi nuovi di indiscutibile valore storico.
L’annosa questione della prima venuta di s. Bernardino a Bergamo e soprattutto il suo incarico di guardiano presso il Convento di S. Francesco (secondo gli affreschi di Lallio la notizia è databile al 1564) costituiscono due punti cruciali per gli storici. si accenni di sfuggita anche a un altro particolare a proposito dell’ufficio di vescovo cui l’uomo di Dio rinunciò tre volte; secondo le versioni ufficiali si tratta di Siena, Urbino e Ferrara, secondo invece gli affreschi di Lallio si tratterebbe di Urbino, Bologna e Frarra ( = Ferrara). Chi ha ragione? I probabili suggeritori delle didascalie apposte agli affreschi di Cristoforo Baschenis il vecchio dovevano essere gli stessi frati del Convento di S. Maria delle Grazie in Bergamo, quattro chilometri distante da Lallio e non dovevano essere proprio degli sprovveduti o dei campanilisti.
Il Rocchetti (arciprete di Nembro, paese d’origine del beato Daniele Tiraboschi, già guardiano al Convento delle Grazie prima della morte di s. Bernardino) non afferma per sentito dire o solo per aver letto gli storici bergamaschi del ‘600, Mario Muzio e Marcantonio Benaglio, nonché il ricercatore agostiniano Donato Calvi. L’insigne parroco di Nembro attinge dalla storia locale quando afferma che s. Bernardino venne a Bergamo attorno al 1411. la chiesetta sussidiaria di S. Pietro (trasformata da castello bellicoso in luogo di preghiera per intervento del Santo) portava una dedica esplicativa del 1415.
Il p. Amadio da Venezia è contrari all’ipotesi di s. Bernardino guardiano nel Convento di S. Francesco A suo giudizio fu impossibile che abbia accettato di fare il guardiano perché era troppo richiesto a destra e a sinistra. Il canonico Raimondi troverebbe un ostacoli almeno psicologico da parte dei Frati Minori conventuali, "Bernardino era bensì frate minore, ma di rigorosa osservanza, non poteva riuscire pastore accetto a tali pecore".
Le ragioni d’incompatibilità tra tendenza francescana predominante e quella riformista dell’osservanza potevano trovare in Bergamo una mediazione nei vescovi e nello stesso s. Bernardino. Fra Lanfranco de’ Saliverti, frate francescano milanese, occupò degnamente la cattedra episcopale dal 1349 al 1381. Seguì il milanese Branchino Besozzi (1381-1399) e poi ancora due frati francescani Francesco Lando (1401-1402) e Francesco Aregazzi (1403-1437), l’uno pisano e l’altro cremonese. L’Aregazzi partecipò al Concilio di Costanza nel 1417 alla elezione di Martino V, papa tanto sospirato in sostituzione di un contenzioso di ben tre pontefici allora in azione.
Il vescovo Aregazzi da una parte favorì il Convento di San Francesco, infatti nel 1417 con speciale decreto "unì alla chiesa e convento di S. Francesco del suo ordine, la parrocchiale di S. Eufemia" e dall’altra partecipò direttamente alla posa della prima pietra e alla successiva consacrazione della chiesa di S. Maria delle Grazie con inaugurazione dell’attiguo nuovo convento. Così scrive il Muzio: " ... lì venne con il clericato, e con il popolo in processione con grande solennità, e giubilo a pigliarlo, e San Bernardino con la Reverentia del Vescovo misero la prima pietra della chiesa".
Papa Martino V comprese a fondo l’apostolato di s. Bernardino e lo sosterrà contro i suoi accusatori di eresia; infatti viene da lui ‘assolto’ abbracciato e trattenuto a Roma dallo stesso pontefice, rimasto stupito dalle accuse inventate. Sisto IV nel 1471, considerata l’importanza raggiunta dall’attività francescana nelle diocesi di Bergamo e di Brescia, costituì con breve apostolico la Provincia bresciana staccandola da quella milanese.
Un’altra data ritenuta per certa della presenza di S. Bernardino a Bergamo è collegata con le vicende dell’origine del monastero di Rosate. Nel 1434 alcune stimate donne già riunite con intenti evangelici, sotto la protezione della madonna delle Rose, apparsa ad Albano S. Alessandro, furono convinte ad abbracciare la regola di S. Chiara.
Il giudizio sulla incisiva attività di s. Bernardino nella diocesi di Bergamo, tanto da far ritenere che non sia venuto solo di passaggio, ma abbia per un certo periodo anche soggiornato, persiste fino ai nostri giorni. Antonio Pesenti così scrive riguardo ai buoni rapporti con il vescovo Aregazzi: "Essendo dell’ordine dei Frati Minori, fu molto coadiuvato dai suoi confratelli, sia da quelli del convento di S. Maria delle Grazie, la cui fondazione venne da lui favorita in modo determinante". Nel medesimo contesto scrive di s. Bernardino: "Un contributo notevole al rinnovamento spirituale del clero e del popolo bergamasco sia riguardo alla pacificazione, sia riguardo alla pratica di una religione più ortodossa e unificata, venne in questo periodo anche da s. Bernardino da Siena". Lo stesso vicario generale della diocesi, fra Pietro di S. Pellegrino, era un minorita.
La chiesa di S. Bernardino in Lallio non è quindi sorta a caso così rapidamente da battere il primato mondiale. la donazione di fra Eustachio Licini in favore della chiesa di S. Bernardino in Lallio non fu soltanto dovuta ad iniziativa privata, ma venne eseguita "per provvidenza, decreto e autorità e per speciale suggerimento (insinuatione) del signor giudice Giovanni de’ Scandelli e del collegio degli illustri signori, allora giuristi di Bergamo, e del console di giustizia".
Notevole è il suo valore artistico, la caratteristica principale di questo edificio, che colpisce maggiormente il visitatore al primo sguardo, è la presenta di dipinti su tutte le sue parti interne nonché sul soffitto. Un tempo era pure affrescata la facciata. Non solo, gli affreschi che vediamo su lacune pareti, coprivano altri più antichi. È possibile ammirare una parte di questi – rimossi in operazioni di restauro alla fine del secolo scorso – nella parrocchiale, mentre di altri si è persa la traccia.
Inizialmente la chiesa era a semplice navata e nel 1532 sono state aggiunte le due cappelle laterali. Il campanile è stato eretto nel 1606.Gli artisti che si sono succeduti nell’attività pittorica sono diversi: del ‘400 abbiamo due affreschi, oltre a quelli trasferiti nella parrocchiale e ad latri dispersi, nel 1532 ha operato Gerolamo Colleoni e alcuni suoi allievi, nel 1564 Cristoforo Baschenis il Vecchio, nel ‘600 un anonimo autore del quale conosciamo le iniziali "T. L." con cui ha firmato gli affreschi.
ANTONIO DA LALLIO E GLI INIZI DEL SEMINARIO DI BERGAMO
Uno studio approfondito delle origini del Seminario di Bergamo, pubblicato nel 1910 dal futuro papa Giovanni XXIII sul periodico ufficiale del vescovo e della curia di Bergamo La vita diocesana, riporta la data del I ottobre1567 come avvio certo del Seminario di Bergamo, istituzione voluta dal concilio di Trento.
Il merito maggiore fu del vescovo Corsaro; l’inaugurazione probabilmente si svolse senza particolari segni esterni di solennità e i primi alunni furono solo 25, raccolti dalla città e dalla campagna.
Non si deve credere a un inizio del tutto improvvisato, una preparazione dei chierici agli ordini sacri esisteva già anche prima; una scuola era stata fondata in Bergamo fin dal 1506, sostenuta dal Consorzio della Misericordia Maggiore.
I candidati venivano affidati a un precettore, sacerdote buono e timorato, e gli stessi chierici assicuravano un servizio alla basilica di s. Maria Maggiore. Il Belotti nella sua Storia di Bergamo e dei Bergamaschi ha scritto in proposito: "All’origine del Seminario di Bergamo troviamo un’iniziativa scolastica regolare per l’insegnamento della grammatica ai chierici, affidata a Marco da Brignano, poi (1507) ad Antonio di Lallio.
Il personaggio era conosciuto in precedenza come insegnante in una scuola di provincia; la citazione è sempre ricavata dal Belotti: "A Romano vi insegnavano Graziano Crotti, teologo, Giovanni Carminati da Lodi, evidentemente di origine brembillese, Francino Allegroni veneziano e qualche anno dopo Antonio da Lallio". In nota il Belotti cita un articolo de L’Eco di Bergamo in data 4 febbraio 1935, intitolato "Il maestro romanese Antonio da Lallio" di L. Michelato.
S. CARLO VISITA LA PIEVE DI LALLIO
Il secolo caratterizzato religiosamente dal concilio di Trento trova in s. Carlo Borromeo un eccezionale apostolo all’insegna evangelica; il suo motto era hunilitas, in contrasto con l’origine nobiliare della sua famiglia.
La diocesi di Bergamo fu visitata da lui in un breve, ma intenso periodo a partire dal mese di settembre del 1575: lo scopo era quello di mettere ordine nelle parrocchie, nei monasteri e in tutte le associazioni laicali di ispirazione cristiana. Il suo quartier generale a Bergamo si trovava nel convento di s. Francesco, ma si spostò personalmente per raggiungere diverse località. La pieve di Lallio fu tra le prime ad essere visitata tramite un suo rappresentante, Ottaviano Ferrerio. La chiesa parrocchiale fu trovata di modeste dimensioni, fuori mano rispetto all’abitato; una soluzione provvisoria durata purtroppo a lungo, dopo l’incendio chiesa e castello nel ‘400. Suppliva al caso la chiesetta di s. Bernardino, ampliata verso il 1532 e arricchita di nuovi affreschi da Gerolamo Colleoni e in seguito dal pennello di Baschenis il Vecchio, attivo anche in una casa privata (forse appartenente alla famiglia Licini) nel 1564.
La cronotassi dei parroci, ricostruita dalle diuturne ricerche dell’arciprete di Lallio Pietro Rota ( + 1896), permette una conoscenza minima dei primi tre parroci (Giacomo Adelasio, Benedetto Zois, Marcantonio Tasca), mentre del quarto parroco (Paolo Poli de’ Mapelli) fornisce notizie più abbondanti essendo rimasto a Lallio quasi mezzo secolo (1553 – 1600). L’arciprete Rota, cosciente dell’incompletezza della sua ricerca, dopo la prima stesura dell’elenco dei suoi predecessori, aggiunse in seguito altre postille e invita a proseguire nello studio storico. IL secolo XVI conosce a Lallio la successione di solo quattro parroci e, nonostante il suo titolo di chiesa plebana, durante la visita di s. Carlo, l’esercizio effettivo del ruolo di vicario foraneo viene svolto dal rettore di Stezzano, Ottaviano Foppa.
In questo periodo la pieve era formata dalle parrocchie di Lallio (caput plebis), Treviolo, Albegno, Curno, Sforzatica S. Maria, Stezzano e Grumello del Piano).
IL 6 febbraio 1873 Pietro Rota depose soddisfatto la penna per aver esplorato quattro secoli di antica vita parrocchiale dei suoi predecessori; notizie schematiche tuttora preziose. Il più ricco di esperienza pastorale fu l’arciprete Poli, vissuto al tempo del Concilio di Trento e ancora a Lallio durante la visita di s. Carlo. Nel libro del Ronchetti trova il nome del primicerio Filippo ( + 1315) di cui si è già trattato in questo libro. Non ebbe una cura d’anime come di pastore che ha fissa dimora a Lallio e no si occupa d’altro, cioè non fu parroco a tempo pieno, ma piuttosto ‘officiale temporale’. Era vicario generale destinato dal vescovo di Bergamo a governare Fara, sia per le questioni civili come anche per quelle criminali (tam civilibus quam in criminalibus).
Poi c’è un vuoto misterioso per le conoscenze del Rota. Da altra fonte conosciamo nomi di presbiteri in un documento datato 27 maggio 1342: Zenone e Giovanni di Lallio e Ferino di Lallio, ma non si dice espressamente se uno di loro fosse sì o no arciprete di Lallio o comunque occupato nel ministero pastorale in quel territorio.
Nel testamento di fra Eustachio Licini del 3 maggio 1451 si parla del maglio di pre’ Benaglio, forse parroco di Lallio.
In data 9 maggio 1492 si trova il nome di Adelasio Giacomo,chiamato primicerius et parrocchialis Ecclesiae sancti Bartholomei de Lallio.
Secondo gli atti della visita di mons. Pietro Lippomani e la registrazione contestuale del decreto del 27 settembre 1527 di Bartolomeo Albani (canonico, vicario generale e delegato di papa Clemente VII) Adelasio Giacomo designò il beneficio al seguente suo successore, Benedetto Zois di Trescore. Siamo nel 1527 e si presume abbia retto la parrocchia per ventitré anni. In questo periodo venne ampliata la chiesa di s. Bernardino con aggiunta di presbiterio e di due piccole absidi laterali, affrescate nel 1532 da Girolamo Colleoni.
Il sacerdote Marcantonio tasca iniziò la sua missione di parroco a Lallio nel 1550 e si mantenne attivo per tre anni. In data 25 agosto 1550 il pittore Francesco Terzi prese accordi con l’intagliatore Alessandro Belli di Ponteranica perché venisse consegnata alla chiesa di s. Bernardino la sua preziosa tela della Crocifissione entro sei mesi, secondo quanto uno scritto firmato da Filippo Benaglio su commissione dei sindaci di Lallio. La tela del Terzi intagliata dal Belli si ammira oggi nella chiesa parrocchiale di Lallio.
Nel 1553 fece il suo ingresso nella parrocchia di Lallio Paolo Poli de’ Mapelli per designazione del beneficio da parte del suo predecessore. Resse la parrocchia più di quarantasette anni.
Durante questo periodo s. Carlo Borromeo il 18 settembre 1575 (Domenica) visitò la parrocchia per mezzo di un delegato. Il Rota cita come fonte d’informazione su questo argomento gli atti della visita Superantia, Lippomana, Regazzoni, Milana e di s. Carlo presso l’Archivio della Curia di Milano che di persona esaminò e dai rotoli dei beni parrocchiali.
Grazie ai volumi pubblicati dal card. Angelo Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII), in collaborazione con don Pietro forno possiamo attingere abbondanti notizie sulla visita di s. Carlo Borromeo.
Tale avvenimento fu preparato alcuni giorni prima da un’accurata pulizia della strada di Lallio, Grumello, Curnasco e Treviolo innaffiando abbondantemente con acqua. Gli abitanti di Lallio erano allora 122. Sono contenti del loro parroco. Ma lo giudicano troppo stizzoso (iracundus).
C’era lamento anche perché d’estate il curato era assente la festa scusandosi di recarsi a celebrare nelle altre chiese affinché i curati intervenissero alla sua festa di s. Bartolomeo. La casa parrocchiale era al centro del paese, abbastanza grande, riedificata dall’arciprete Poli.
Nella chiesa di s. Bernardino il delegato di s. Carlo trovò un cappellano. Cristoforo de Magistris di Treviolo; ma è residente a Lallio e, obbedendo all’intenzione del fondatore e donatore di questa chiesa avendola dotata di beni, doveva celebrare ogni giorno la messa ricevendone un sussidio. La sua abitazione era vicinissima, quasi attaccata alla chiesa. Ma questo cappellano sembrava non avere tutte le carte in regola a causa della sua prima messa celebrata in modo un po’ strano proprio l’anno prima, nel 1474, il mese di ottobre, nella Domenica XXIII dopo Pentecoste a Brignano di Cremona, presenti circa venti sacerdoti e parecchi laici: disse messa bassa fino alla consacrazione inclusa, poi si fermò e aspettò che corresse maggior popolo. "I preti che erano con lui – riferisce il documento riportato dal Roncalli – andarono intanto a tavola e, venuto il popolo che era andato a desinare, tornarono all’altare anche i preti e si ricominciò a cantar messa con musica da principio et poi dopo le secrete et nanti il prefazio fece la offerta, ove concorse moltitudine assai di persone a offrire che una cosa e chi un’altra per onorare la celebrazione nova e vi erano due persone che coi bastoni facevano strada alli offerenti perché alcuni venivano confusamente con cesti di cose e alcuno gridava: "viva la casa de Magisteri" et doppo fatta l’offerta che durò in tutto per lo spatio di ore 1 e ½ et poi si riprese la messa cominciano dal prefazio et fu offerto il Ss. Sacramento prima consacrato; et si finì la messa con la consacrazione nella messa piccola a hora nona". In data 12 settembre furono interrogati su questo episodio Ottaviano Foppa, curato vicario foraneo di Lallio: il 24 settembre pre’ Giuliano de Colpanis, curato di Brignano, diocesi di Cremona, il quale disse che così era costume solito in quelle parti: il mercoledì 16 novembre era stato interrogato lo stesso prete celebrante, pre’ Cristoforo de Magistris, il quale disse di aver fatto così dietro il parere degli altri".
Nel 1575 Grumello non era ancora diventata parrocchia e si trovava in una situazione particolare di non appartenenza ad lacuna parrocchia, ciascuno frequentava la chiesa per lui più gradita (unusquisque vadit ad ecclesiam sibi benevisam). Esisteva sul posto una cappella dedicata a s. Vittore, forse nel passato strettamente collegata con s. Alessandro in Colonna. Solo nel 1610 la chiesa di Grumello al Piano divenne parrocchia con il benestare del parroco di Lallio.
I battesimi dove avvenivano nel 1575 per i neonati di Grumello? O erano battezzati sul posto o venivano portati al fonte battesimale di Lallio. Sul posto accorreva quasi sempre il parroco di Lallio, preparava l’acqua battesimale in una bacinella e poi l’acqua stessa veniva gettata in una fossetta scavata appositamente nel cimitero. Per la registrazione ci pensava l’arciprete di Lallio, custode del registro.
Anche per i funerali accorreva sempre il prete di Lallio. Tuttavia molti erano i casi di neonati morti senza battesimo e altri morivano senza ricevere i sacramenti a causa della distanza e dei disagi del territorio.
La località di Grumello al Piano dista da Bergamo due miglia, da Colognola un miglio e da Lallio mezzo miglio, ma al tempo delle inondazioni delle acque non si poteva accedere a nessuno di questi luoghi e tanto meno si poteva arrivare a Lallio pur tanto vicino a causa dei torrenti straripanti che rendevano impraticabile il percorso. Già al tempo della visita di s. Carlo c’era un gran desiderio di erigere la chiesa di Grumello a parrocchia e la gente era disposta a costruire una casa riservata al futuro parroco. I due fiumi in questione sono la Morla che passa in mezzo al paese di Grumello e l’Oriolo che segna per gran parte il confine tra i due paesi.
La chiesa di s. Nazaro in Curnasco non faceva blocco con la pieve di Lallio perché in questo periodo era sussidiaria di s. Grata inter vites di Bergamo.
Il primicerio di Scano prof. Carlo Tacchi curò nel 1868 una nuova edizione del libro intitolato Note storiche delle Apparizioni e dell’Immagini più celebri di Maria Vergine Santissima nella città e provincia di Bergamo del patrizio veneto Flaminio Cornaro.
L’apparizione della Madonna dei campi in Stezzano vi è narrata secondo le due versioni. L’apparizione risale al 12 luglio 1568 e le privilegiate veggenti si chiamavano Bartolomea Bucanelli (anni 10) e Dorotea Battistone (anni 11). Nel mese successivo apparve anche ad un uomo di Trescore, un certo Orazio Lavagna e in data 10 settembre 1568 ad latri uomini di cui si tramandano in particolare i nomi di Giovanni Battista Albani e Pietro Benaglio. In quello stesso storico anno Angelica gavazzi recuperò la vista. La Madonna dei Campi porta anche il titolo di Madonna della Preghiera, congiunge insieme il binomio caro alla tradizione monastica ‘prega e lavora’.
Ecco la versione del Cornaro: "Nell’anno 1568, a piedi d’un immagine di nostra signora, fuor d’un pilastro sgorgò copia così abbondante di acqua che, allagandone il pavimento, crebbe all’altezza di quattro dita. Essendosi rinnovata più volte la mirabile affluenza d’acqua, fu (com’era ragionevole credere) attribuita a miracolo, onde concorsero da ogni parte numerosi divoti a visitar l’oratorio, e con fiducia gustandone moltissimi infermi, ritrovarono in essa la salutar medicina de’ loro malori.
Mosse di pari impulso di pia curiosità due giovani pastorelle, l’una delle quali, Bartolomea figlia di Pietro Bucanello, aveva toccato l’anno decimo di sua età, l’altra, di nome Dorotea figlia di Andrea Battistoni, uscita appena era dall’anno undicesimo, portandosi nel giorno duodecimo di Luglio dello stesso anno 1586 al campestre oratorio, ma avendone trovate chiuse le porte, per le ferrate delle finestre osservarono una monaca di nera veste e bianco velo orar devotamente genuflessa in mezzo la chiesa".
Nel concludere queste pagine dedicate al XVI secolo, per vari aspetti agitato e stupendo per il mondo intero, travagliato e brillante nelle scienze (Galileo Galilei), all’espressione religiosa (s. Carlo quasi in antitesi a Lutero) e in quella artistica (l’astro di Michelangelo), si vorrebbe far notare l’importanza di Bergamo nel far recepire i valori religiosi, culturali e artistici di questo periodo; in miniatura anche il paese di Lallio ha partecipato a questo intenso travaglio.
San Bernardino da Siena indubbiamente è stato in Lombardia un precursore effettuata dall’ardore apostolico di s. Carlo Borromeo, in modo particolare a Bergamo ha preparato cuori e ambienti per accogliere gli orientamenti del concilio di Trento. Il fiorire dell’ordine dell’osservanza francescana, incrementata dal monastero di santa Maria delle Grazie e dal monastero femminile di Rosate, ha preparato la diocesi di Bergamo a divenire alleata delle proposte evangeliche di s. Carlo.
Il vescovo Girolamo Ragazzoni, che tenne la cattedra di Bergamo dal 1577 al 1592, fu il tipo classico dei visitatori; percorse ben ventidue diocesi; occupò circa un anno nella sola visita di quella di Milano.
Il paese di Lallio conserva da oltre quattrocento anni opere di considerevole valore artistico prodotte proprio nel XVI secolo in venerazione della spiritualità francescana di san Bernardino da Siena per il pennello di Girolamo Colleoni, Cristoforo Baschenis e Francesco Terzi.
San Carlo Borromeo, grande realizzatore del Concilio di Trento chiuse gli occhi a questa vita terrena nel 1584, all’età di 46 anni. Fu canonizzato nel 1610 e pochi anni dopo il paese di Lallio lo volle ricordare in una tela della Ss. Trinità di Gian Battista Viola datata 1614 in compagnia dei santi Bartolomeo, Stefano e Bernardino da Siena.
EFFERVESCENTE 1600: PAESE IN NETTA RIPRESA
L’inizio del 1600 trova alla direzione della parrocchia di Lallio l’arciprete Muzio Tasca. Apparve subito un movimento vivace d’iniziative effervescenti con la costruzione del massiccio campanile della chiesa di s. Bernardino (1606) e con la creazione della nuova parrocchia di Grumello del Piano del 1610, distaccatasi definitivamente da Lallio.
Gli succedette il parroco Lorenzo Salvagli e nel periodo della sua reggenza pastorale puntualizzò la sua dottrina religiosa commissionando al pittore Viola la tela raffigurante la Ss. Trinità (1614). Un misterioso pittore T. L. affrescò nella chiesa di s. Bernardino le appassionate "storie di Maria", datate 1619.
Giuseppe Bianchetti si fisserà nel paese dopo un triennio di sede vacante – con la parrocchia retta dagli economi spirituali Nunzio Brembilla, Girolamo Bergamino e Francesco Consonni – e resisterà a partire dal 1628 per un buon periodo di diciotto anni, superando la morìa della falcidiante peste tristemente famosa.
Nicola Pagnoncelli nel 1647 permutò la parrocchia e il beneficio di Albino con quello di Lallio senza però accordarsi con il Bianchetti; la querela durò circa dieci mesi e Bianchetti riottenne Lallio, ma quasi subito successe nella parrocchia Ambrosio Cari, costruttore della chiesa parrocchiale da lui stesso benedetta (1660). È la netta ripresa del paese di Lallio e della sua chiesa pievana.
Francesco Bosio di Gandino resse la parrocchia dal 1687 fino alla sua morte (1702). Lasciò un buon esempio di virtù sacerdotali e di grande devozione mariana.
Il secolo XVII fu esuberante per la parrocchia di Lallio che segnò una forte ripresa non senza fatica, come volle incidere all’ingresso della sua casa certo Thebaldo Faticati.
Nel 1622 esisteva a Lallio un palazzo di signorile aspetto, simile probabilmente ad altri, con una particolarità: recava scritto sul frontale del portone principale un motto: solo in fatica. Particolare del tutto insignificante e del quale si ci sarebbe pervenuta alcuna notizia se un parroco di Brusaporto non avesse preso spunto da questa frase per pubblicare un libretto di insegnamenti morali. La casa apparteneva a certo Thebaldo Faticati, famiglia di ci si è persa notizia e il sacerdote, tale Christoforo Marchetti, ebbe idea di affrontare l’argomento del chierico Pietro Zerbinelli, allontanandosi da Lallio senza permesso e conoscente del figlio di Thebaldo Faticati, Pietro. Il testo non è un insieme di riflessioni moraleggianti, interessante esclusivamente per avere idea di certa letteratura devota del XVII secolo. Il cognome Faticati dà spunto al motto solamente con il lavoro e l’autore del testo parte dal cognome Faticati per fare una riflessione sull’importanza del lavoro, quasi che il sig. Thebaldo volesse lasciare ai suoi eredi l’invito a lavorare per poter mantenere fede all’impegno proprio della casata che porta questo cognome al fine di aumentare, e non distruggere, le ricchezze della famiglia. Già allora si diceva: "chi non lavora non mangia" (qui non laborat non manducat). La vera nobiltà si acquista con la virtù e la virtù si acquista solo con la fatica. I lavori considerati ‘onorevoli’ dal nostro libretto sono due: lettere e armi, ma il primo primeggia sul secondo: cedano arma toga, dice il nostro autore prendendo la citazione da Cicerone. Alla fine la fugo dello Zerbinelli da marachella si è trasformata in salutare lezione di vita grazie alla riflessione fornitagli da questo libro.
Questa vicenda presenta una situazione tranquilla, sia a Lallio che in altri paesi della Bergamasca, come se le vicende del periodo non toccassero i suoi abitanti: in realtà è già iniziata da quattro anni la guerra dei Trent’anni, conflitto devastante per tutta l’Europa – la prima guerra europea – che colpisce gli strati sociali e non solamente i militari di professione come accadeva generalmente nelle guerre dei secoli immediatamente precedenti.
In realtà su buona parte dell’Italia sta per arrivare un grande flagello: la peste; essa periodicamente nell’età moderna colpisce ogni terra, ma negli anni successivi a quello di questa, se vogliamo, banale vicenda avrà una recrudescenza spaventosa: è la peste del 1630 quella, tanto per intenderci, raccontata da I Promessi Sposi. Anche Lallio fu duramente colpita: le fonti parlano, non si sa con quale attendibilità, di 119 morti su 174 abitanti,mentre a Grumello del Piano si registrarono 94 decessi su una popolazione di 177.
La visita ad limina viene ripetuta ogni cinque anni dai vescovi di una regione o di un’intera nazione con un viaggio a Roma presso la tomba di s. Pietro in Vaticano e in memoria di s. Paolo. In concreto, dopo aver meditato sulla testimonianza eroica degli apostoli, i vescovi sono ricevuti in udienza dal Papa per esprimere la comunione con il successore di s. Pietro. Il Pontefice viene così informato di quanto succede nelle chiese particolari dei vari continenti e da parte sua orienta l’episcopato cattolico secondo l’ispirazione del Vangelo. Nel 1600 la prassi non era proprio quella attuale, perché i vescovi delle singole diocesi potevano inviare un loro rappresentante, munito di lettere commendatarie e soprattutto di una documentazione fornite dalla diocesi per ragguagliare la congregazione romana incaricata di questi problemi.
Le osservazioni erano scritte a volte sul retro degli stessi fogli presentati dai delegati diocesani.
Il vescovo di Bergamo Luigi Grimani scelse come suo procuratore l’arciprete di Lallio Nicola Pagnoncelli. L’atto notarile di procura con il sigillo e la data del 16 marzo 1647 venne firmato da un notaio, dal vicario generale Giovanni Battista Medolago e dl cancelliere Gerolamo Ceresoli. Il vescovo presentò l’arciprete di Lallio alla Congregazione del Concilio, scusandosi di non poter assolvere personalmente il dovere della visita ad limina per motivi di salute cagionevole. Nella stessa lettera rivolge al papa Innocenzo X umilmente (humiliter) la sua relazione sullo stato della diocesi, affidandola al "reverendo Nicola Pagnoncelli, dottore di sacra teologia, arciprete di Lallio (archipresbiterum loci de Lallio nostrae diocesis), uomo di dottrina e di notevoli qualità", il quale terrà le sue veci presso la sacra congregazione.
La visita a Roma andò a buon fine e il Pagnoncelli ritornò a Bergamo con l’attestazione scritta, firmata dal monaco benedettino Valentiniano per la visita alla Basilica di S. Paolo fuori dalle mura del 12 maggio 1647.
Il giorno precedente era stato nella Basilica di S. Pietro ottenendone l’attestato seguente:
Fidem facio ego infrascriptus admodum illustrissumum et reverendissimum dominum Nicolaum Pagnoncellim procuratorem illustrissimi et reverendissimi domini domini Aloisii Grimani episcopi Bergomensis, persolatiter pro eodem illustrissimo et reverendissimo domino episcopo visitasse sacrae Vaticanae basilicae Principis Apostolorum limina.
In fide hac die 11 maii anno 1647.
Ita est pro illustrissimo et reverendissimo domino Quintio de Bubalis canonico altarista..
Franciscus Moscardus sub altarista.
L’intricata successione di Nicola Pagnoncelli al parroco Giuseppe Bianchetti, secondo la cronotassi dell’arciprete Pietro Rota, esposta nella sacristia di Lallio e ricavata dal suo registro Secreto, incominciò nell’anno 1646. Scrive il Rota che Giuseppe Bianchetti iniziò ad essere parroco di Lallio nel 1628. "Resse la parrocchia per anni 18, cioè fino al 1646". Nicola Pagnoncelli (1646) "resse solamente per 10 mesi".
Carlo Ambrosio Cari fu eletto in novembre 1647. Resse fino al 15 ottobre 1686, nel qual giorno morì d’anni 67. Era di albino. Durò il suo regime per anni 39. Fu zelantissimo pastore e pieno di carità e di scienza. Eresse l’attuale chiesa parrocchiale".
In commento alla lapide di Ambrosio Cari, il Rota non accetta l’indicazione apposta circa la durata del suo incarico a Lallio (annorum 37 rector) e si sente in dovere di annotare: "corrige 39, quia satis luculenter constat Archipresbyterum Carolum Ambrosius Chari Ecclesiam hanc Lallii redisse a kalend. Novembris 1647, usque ad diem 15 octob. 1686". Aggiunge d’aver ricavato la documentazione dal libro dei battezzati della parrocchia dove solitamente il sacerdote battezzante appone la sua firma dopo aver redatto di sua mano il testo ufficiale.
Ermenegildo Camozzi sembra iù documentato circa l’inizio della reggenza della parrocchia di Lallio, da parte di Nicola Pagnoncelli fissandola non al 1646, ma all’anno successivo: "Nel 1647 egli permutò la parrocchia e il beneficio di Albino con quello di Lallio, di cui era primicerio Giuseppe bianchetti. Il Pagnoncelli non pubblicò tuttavia la rinuncia di albino, per cui si aprì così una vertenza, quest’ultimo rappresentato dal fratello Simone. Ambedue i contendenti – continua Ermenegildo Camozzi – a breve distanza di tempo risultarono perdenti. Il bianchetti riottenne Lallio, ma pochi mesi dopo gli successe nella parrocchia Ambrogio de Caris. Il Pagnoncelli tornò ad Albino. Ma nel 1651 gli u assegnata la parrocchia di Caprino Bergamasco. Non prima tuttavia di aver subito un gravissimo affrontò. Resasi vacante la prepositura di S. Maria di Misma e di Cenate S. Martino per la morte del curato don Fabrizio Personeni, vi fu nominato don Nicola Pagnoncelli. Egli tuttavia rinunciò alla prepositura e alla parrocchia perché la prima era stata assegnata, a insaputa del vescovo e dell’interessato, al card. Vidman senza specifica riserva di alcuni beni per il sostentamento del rettore della cura di S. Martino. Nell’improvviso cambiamento non servato iuris ordine, la cura rimase a lungo sprovvista di rettore. Per ordine della città fu pubblicato poi il concorso non come prima, di S. Martino cum unitis, ma di S. Martino semplice cura, di cui ottenne la nomina don Michele Suardi, morto nel 1683. Il Pagnoncelli morì a Caprino nel 1659. A succedere al Pagnoncelli giunse ad Albino Isidoro Pagnoncelli, probabilmente trasferitosi da Roma. La comunità reagì negativamente e dette incarico a Gabriele Cabrini e Giovanni Battista forconi di protestare per la nomina ottenuta per subreptionem et obreptionem. Il Pagnoncelli fu costretto a rinunciare e il 29 aprile 1651 fu nominato economo di albino un cappellano ivi residente Giovanni Battista Rota.
Lallio ebbe stretti contatti con la chiesa di s. Stefano in Bergamo, perché i terreni del paese erano soggetti a decime proprio in favore della suddetta chiesa. Nel 1258 queste decime, godute fino a tale data per intero dalla chiesa di s. Stefano, vennero ripartite dal vescovo domenicano Algisio e metà restarono per i Domenicani ai quali fu assegnata la chiesa di s. Stefano e un’altra metà in favore di Lanfranco Suardi. Il documento legale di tale assegnazione porta esattamente la data del 15 gennaio 1258 e si trova negli atti del notaio Aquellus de Aquellis.
Fu il parroco don Ambrosio Cari, nativo di Albino, a dedicare la nuova chiesa da lui costruita ai santi Bartolomeo e Stefano. La chiesa, sorta poco più in fretta si un anno, fu benedetta il 21 dicembre 1660, ma inaugurata solo dopo il Natale. Così ci tramanda lo storico agostiniano Donato Calvi nel suo libro delle Effemeridi: "Sotto li 30 marzo 1659 fu posta la prima pietra per la fabbrica della nuova chiesa arcipretale di Lallio o Laglio e hoggi l’anno seguente venne dall’Arciprete benedetta, benché poi non s’aprisse per la celebratione di divini officij, se non il giorno di S. Stefano. A questa come a matrice e capo di Pieve, sono le seguenti sottoposte d’Albegno, di Comun nuovo, di Curno, di Curnasco, di Grumello del Piano, di Sforzatica, di Treviolo e di Stezzano". La chiesa in questione fu abbattuta a partire dal 26 giugno 1924 e rasa al suolo in poco tempo per lasciare spazio alla piazza. Anche a Bergamo si distruggeva e si riedificava. Infatti nel 1603 si iniziarono i lavori per la fondazione della nuova chiesa dei santi Bartolomeo e Stefano (precedentemente la piccola chiesa esistente dal 1210 era dedicata solo a s. Bartolomeo), consacrata in seguito dal vescovo Giovanni Paolo Dolfin nel 1782. È l’attuale chiesa officiata dai Padri Domenicani.
Risulta dai documenti dell’Archivio parrocchiale di Albino (paese natale di don Ambrosio Caro come è stato detto sopra) che la devozione a s. Stefano era molto sentita in quell’ambiente. Esisteva infatti una "Scuola della Carità di S. Stefano" e si conservano ancora oggi documenti di donazioni, di capitoli e regole del 1600.
Caro (o Cari) Carlo Ambrosio fu eletto arciprete di Lallio nel novembre del 1647, vi rimase fino al 15 ottobre 1686, quando morì all’età di 67 anni. A partire da lui e dopo di lui tutti i successori furono anche vicari foranei per circa tre secoli. Venne sepolto nella chiesa da lui costruita e si conserva ancora ai nostri giorni la preziosa lapide che chiudeva il suo sepolcro ed è custodita all’ingresso della sacrestia.
Il quadro a olio dell’arciprete Antonio Cari apre la serie della galleria dei parroci di Lallio. La tela primitiva sembra fosse più piccola dell’attuale, ingrandita ai margini per uniformare le cornici (operazione do aggiustamento estetico usata anche per alcuni suoi successori). I grandi occhi fissano dolcemente mentre la mano destra (l’unica riprodotta) interprella con l’indice puntato in alto verso il cielo.
Nel piccolo atrio della sacristia si custodisce una lapide affissa al muro e ben visibile nella sua interezza. Copriva anticamente l suo sepolcro posto all’interno della chiesa da lui costruita. Il rettangolo di marmo è sormontato da un ornamento quasi fosse lo stemma del suo casato, tuttavia appare cancellato da chi vi ha camminato sopra per lunghi anni.Trascriviamo l’epigrafe:
HIC DEMUM QUIESCIT A PASTORALE
LABORE
CAROLUS AMBROSIUS DE CARIS
PRIMICERIALIS HUIUS
ECCLESIAE AN. 37 RECTOR
CUIUS VIRTUTES A NOMINE
IPSO INTELLIGE
A CAROLO SOLLECITUDINEM
AB AMBROSIO SUAVITATEM
A CARO CHARITATEM DISCITO
HOC ITAQUE TEMPLO
A FUNDAMENTIS
AD FASTIGIUM
AERE SUO ET POPULI PERDUCTO
EODEMQUE EX ASSE EREDITATE SCRIPTO
PIE UT VIXERAT DECESSIT AN. AET. 67
DNI 1686 15 OCTOBS
Il Rota precisa l luogo della sepoltura scelta per testamento dallo stesso Ambrosio Cari nel coro del presbiterio; le sue ultime volontà portano la data del 2 luglio 1686. In seguito al restauro della chiesa il basamento della "tribuna del Sacramento" fu posta sopra l’ultima parte della lapide e il Rota non riusciva a leggere le ultime righe nascoste dalla sovrastruttura.
Quando fu abbattuta la chiesa voluta dal Cari si cercò il suo sepolcro, ma – come racconta il parroco Dolci in data 7 novembre 1923 - rimossa la lapide sepolcrale in coro che, dalla dicitura dell’epigrafe, lasciava credere che vi fosse sepolto l’arc. Cari, fatto uno scavo di quasi due metri, non s’è trovato nulla".
Prima di congedarci dal periodo di Ambrosio Cari, caratterizzato da un decisivo consolidamento della pieve di Lallio con la costruzione della chiesa sul luogo dove sorgeva un’altra più antica bruciata con il castello, pare doveroso spendere almeno due righe schematiche sui contatti dei vescovi di Bergamo del 1600 con il paese.
S. Gregorio Barbarigo visitò Lallio il 13 maggio 1659 e lasciò le seguenti informazioni: fuochi 26, anime 150. la chiesa di s. Bernardino aveva una rendita di 200 ducati. Trovò una seriola e due ruote di mulino. I terreni sono chiamati "terre del Borgo S. Leonardo, pertiche 10.796"". Bovini 80, cavalli 40, soldati 0.
Due mesi prima della sua visita pastorale s. Gregorio Barbarigo, con Decreto del 2 marzo 1659, "ordinò che la Chiesa fosse costruita in modo che non le si appoggiassero contro le case vicine e si potesse girarvi intorno".
Il vescovo Daniele Giustiniani compì una sua prima visita nel paese nel 1667. In una relazione dell’arciprete Ambrosio Cari si legge: "In questa chiesa sono io Carlo Ambrosio Cari Arciprete, Vicario Foraneo …", aggiunge di essere presente da vent’anni e di percepire una rendita di 200 scudi annui. Vi è cappellano Bernardino Costatoli, nativo della parrocchia di Lallio e vive del salario delle Messe, che celebra nella propria chiesa; è presente da 33 anni; abita nella casa della chiesa. Si esercita negli studi della teologia morale e in quello della Parola di Dio. È cancelliere delle Congregazioni dei signori Curati ( = parroci) e signori Cappellani di questa vicaria. È religioso, di ottimi costumi, ne ha mai dato scandalo di sorta alcuna. La chiesa ha un chiericato di beneficio semplice posseduto dall’abate Pietro Gabbia; rende intorno a 60 scudi in decime e terreni. In questa parrocchia – aggiunge Ambrosio Cari – vi è la chiesa di s. Bernardino, governata da sindaci da rinnovare ogni due anni. Rende intorno a 130 scudi annui; da dicembre il cassiere è un certo [nome illeggibile].
Le chiavi sono tenute dagli stessi sindaci.Le rendite sono spese conformemente all’intenzione del fondatore per sostentamento del Cappellano e per cose di necessità della chiesa stessa. Sempre nella chiesa di s. Bernardino c’è la Confraternita dei Disciplini sotto il gonfalone di s. Maria Maddalena di Bergamo; non ha contributo di sorte alcuna, però è governata ottimamente. Entro i confini della parrocchia è presente un oratorio in località Vailetta sotto l’invocazione di s. Margherita.
Nella seconda visita dl vescovo Giustiniani nel 1680 si trovava a Lallio lo stesso Ambrosio Cari e lo stesso cappellano Bernardino Costaioli. Il documento scritto per l’occasione porta la data del 10 ottobre 1680 ed è firmato dallo stesso arciprete. Nomina le parrocchie della sua vicaria, tra le quali S. Maria di Curno, S. Maria d’Oleno di Sforzatici, S. Salvatore di Comunnuovo, S. Giovanni Battista d’Albegno, S. Vittore di Grumello del Piano.
La parrocchia di Lallio era punto di riferimento e da questa chiesa le altre ricevevano gli oli santi (qual dalla medesima ricevono li olej santi).
Le entrate economiche provenivano al primicerio di Lallio da tanti beni. È in possesso del rotolo comprovante il suo diritto alla percezione delle decime su tanti beni. "E ora sto facendo – scrive Ambrosio Cari – il novo" e la copia autentica sarà depositata presso la Cancelleria vescovile.
La chiesa di s. Bernardino ha un’entrata intorno a cento scudi, governata da sindaci che spendono detta entrata in far celebrare in essa Chiesa cinque Messe alla settimana dall’infrascritto Capellano, e parimenti ed altre cose necessarie. In questa chiesa è pure eretta la confraternita dei Disciplini, militanti sotto il gonfalone di s. Maria Maddalena, senza entrata alcuna. Vi è pure l’Oratorio alla Vailetta, dedicato a s. margherita, raggione del nobile Francesco Vailetto, ove per sei mesi all’anno vengono celebrate le feste e altri giorni le messe da Giovanni Andreani, che abita a Giussanica.
Nella chiesa di s. Bernardino vi è cappellano don Bernardino Costaioli di questa vicinanza, amovibile d’anni 46, che si occupa in far scola di leggere, scrivere e far conti e ha fatto la professione di fede: sacerdote d’ottimi costumi. Vi sono due comari da me esaminate et approbate, che esercitano il loro mestiere con carità e diligenza. Vi è un solo inconfesso il quale è il signor Coltrezzo.
Le Congreghe dei Curati ( = parroci) si fanno regolarmente con maggior diligenza andando con il molto reverendo Curato di Colognola, come si può vedere dal libro. Così anche sono puntualmente fatte quelle dei reverendi Cappellani le quali si fanno qui in Lallio per maggior comodo dei medesimi alle quali congreghe ho sempre assistito.
Sono stati eseguiti tutti gli ordini della visita passata. Anime di Comunione 200; in tutto 310. Ho anco fatte le Visite a suoi debiti tempi come si può vedere dal libro.
È stata fatta da me sottoscritto con mio giuramento la presente relazione. Adi 10 8bre 1680.
Carlo Ambrosio Cari
Arciprete Primicerio vicario Foraneo.
Grande il ricordo lasciato a Lallio dall’arciprete Francesco Bosio: era un devoto della madre di Dio. Arrivò a Lallio nel 1687 e "fu preclaro per zelo, virtù e pietà e specialmente per devozione a Maria Santissima". Morì nel febbraio del 1702. Fondò il legato Bosio per la celebrazione di Messe all’altare del Rosario, dove sul lato sinistro era stata affissa alla parete (in cornu Evangelii) la seguente lapide documentaria.
EXTAT IN HOC SACELLO LEGATUM
PERPETUUM AB ARCHIP. FRANC. BOSSIO
INSTITUTUM PRO CELEBRANDIS SACRIFICIIS
AD HONOREM B. M. V. ET PRO DISPENSANDO
SALE IN VICO LALLY, UT IN EIUSDEM
TESTAMENTO 31 MENSIS JANUARII
D. BERNARDINI SARZETTI NOTARE
"Come si vede – commenta il Rota – questa iscrizione ha ben poco merito letterario: è opera di esecutori testamentarii del benemerito arciprete Bosio, e vi fu posta per ordine del medesimo di lui lascito per testamento". Notare la preoccupazione di non lasciar mancare il sale, sostanza necessaria e preziosa, per la gente di Lallio da lui amata in vita e in morte.
È stata tramandata una seconda epigrafe dedicata al Bosio e collocata originariamente come copertura del suo sepolcro nel pavimento davanti all’altare del Rosario.
FRANCISCUS BOSIUS
ARCHIPRESBYTER
POST ANNOS XIV IN HUJUS
PRIMICERIALIS
ECCLESIAE
SPIRITALI REGIMINE
TOTUS DEIPARAE VIRGINIS
DEVOZIONE FLAGRANS
ANTE ALTARE EJUSDEM
SE PONENDUM CURAVIT
ANNO SALUTIS
MDCCII
L’arciprete Rota al suo tempo di rammarica di non trovare più al giusto posto la suddetta lapide. Infatti era stata spostata "fuori dalla porta laterale della Chiesa a mezzodì, nel pavimento del piccolo atrio". Il trasferimento avvenne nel periodo in cui venne fatto il pavimento: "cosa mal fatta a parer mio".
Quando fu abbattuta la chiesa voluta dal Cari si cercò il sepolcro del Bosio, - come racconta il parroco Dolci in data 18 aprile 1924 - "davanti all’altare del Rosario si trovarono tre tombe: due piene di calcinacci e pietrame; l’altra con alcune ossa e il cranio. Sano i resti dell’arciprete Bosio? Una lapide, che, nel fare il pavimento nuovo, venne levata e collocata all’entrata degli uomini verso la casa dell’arciprete, direbbe di sì. Questa lapide, dalle parole sbiadite, insieme con l’altra tolta dal coro, venne collocata sul sacrato nuovo".
Nella sacrestia della chiesa parrocchiale un antico quadro a olio ritrae il volto giovanile del Bosio, intento a guardare un’immagine di Maria (così sembra d’intravedere sorretta con la sua mano destra. La due lapidi sono però scomparse; nel giardino dell’attuale parroco don Pasquale Beretta si è trovato un frammento con l’iniziale EXTAT e il nome BOSSIO, preziosa traccia della scritta testamentaria.
La Scuola dei Disciplini, rimasta per anni sprovvista di approvazioni ecclesiastiche, chiesa alla Curia di Bergamo un regolare riconoscimento con trentanove firme di petizione. La risposta positiva reca la data del 29 febbraio 1690.
La lettera di petizione (qui di seguito) fu scritta l’ultimo dell’anno 1689.
Adì 31 xbre 1689
Li confratelli delle veneranda scola de’ disciplini eretta nella Chiesa di Santo Bernardino della vicinanza di Laglio benché sia anticamente arolata nel libro della Scola di Santa Maria Maddalena in Bergamo: et accolti quando fanno li novi ministri della di detta Santa Maria Mad.na. Et ritrovandosi non havere notizie che sia eretta per ciò ricorrono a Vostra Sig.ria Ill.ma Vicario Generale epis.le, et a chi si deve supplicando quando sia eretta a confermarla et quando non fosse eretta di erigerla per conseguire li tesori delle indulgenze concesse a detta Ven.da Scola di Santa Maria Maddalena –
Li nomi de Confratelli che furono presenti (…):
Antonio Benedetto Min.tro
Gio Marelovin Min.tro
Carlo Margharitti
Paulo Novaris
Giacomo Arnoldi
Pietro Betinello
Giacomo Marerlo
Gio Terzi
Gelmino Ghidoni
Giuseppe Carminato
Mario Sanghaletto
Antonio Arnoldo
Gio Batta Pinetti
Giorgio Mafeis
Pietro Sanghaletto
Gio Batta Castaiolo
Gio Batta Locatello
Antonio Margharitti
Domenico Mercanti
Gio Batta Bettinello
Francesco Costaiolo
Michele Carolo
Oratio Costaiolo
Francesco Arnoldi
Ventura Vanyer
Pietro Vano
Et lo Alessandro Costatolo
Lo cancelliere di questa Scola
Et tutti in una voce cordevole come anche per piena, et secreta valoratione chiedono, bramano la Benignità di Vostra sig.ria Ill.ma et chi deve in volere se è eretta a confermarla et se non è eretta ad erigerla.
Et detti confratelli hanno eletto Antonio Benedetti Ministro di questa Scola per venire et operare quello che deve essere operato per il conseguimento di quanto sopra espresso.
Alessandro Costatolo
Cancelliere di questa Scola
La Curia di Bergamo confermò e legalizzò la confraternita con un documento in latino datato 29 febbraio 1690, indizione quindicesima. Il Vicario generale della Curia can. Giovanni Battista Ventura, sedendo nella sala dove di solito si tengono le udienze al palazzo vescovile, ascoltò l’esposto di Antonio Benedetto, ministro segretario della confraternita. Espose con certi argomenti che la medesima confraternita era attiva nella chiesa di s. Bernardino.
Nell’incertezza che non fosse regolarmente eretta si voleva erigere, istituire e fondare sotto la regola prescritta. IL Vicario generale, valutato il caso, fa registrare la confraternita secondo la regola e lo statuto (juxta regulam et statutum) di santa Maria Maddalena (Sanctae Mariae Magdalenae) dei disciplini bianchi (disciplinatorum alborum) del sobborgo di S. Leonardo di Bergamo. Eresse, istituì e fondò (erexit, instituit et fundavit) presso l’altare di S. Caterina nell’Oratorio di s. Bernardino nel paese di Lallio (loci de Lallio) la suddetta confraternita con tutti i vantaggi spirituali (indulgentiae, gratis et privilegia) concessi dai sommi pontefici.
La ripresa spirituale, materiale e istituzionale di Lallio è diventata evidente: la sede vicariale, consolidata a partire dall’eccezionale arciprete Ambrosio Cari attirerà sempre più l’attenzione dei vescovi di Bergamo a scegliere successori di valore per doti culturali e pastorali.
IL ‘700: SUONEREMO LE NOSTRE CAMPANE
Le visite pastorali dei vescovi, le figure insigni dei parroci e le vicende sociali lasciano documenti d’archivio, costruiscono la storia. L’acquisto di un organo e la collocazione delle campane segnano la vita di una comunità chiamata a riunirsi nel momento più elevato della preghiera liturgica. Il secolo XVIII si caratterizzò a Lallio probabilmente più per l’armonia dei suoni sempre più curati artisticamente fino ai nostri giorni che per altre più durevoli imprese.
La figura intraprendente di Ambrosio Cari diede consistenza alla pieve di Lallio e fu in grado di porgere una mano anche alle vicine parrocchie, in particolare si rammenti un episodio in favore di Albegno. "L’11 luglio 1684 il parroco Roncelli si presentò al can. Ab. Pompilio Pelliccioli, vicario episcopale, insieme con l’arciprete di Lallio Carlo Ambrogio de’ Caris e i sindaci della chiesa di Albegno Giorgio Poli e Giovanni Vanini, perché fosse riconosciuta la rifondazione della Confraternita del Ss. Sacramento, secondo le costituzioni approvate da papa Paolo III nel 1534 e confermate da Clemente VIII nel 1604e di nuovo da papa Paolo V con decreto 14 febbraio 1608".
Un altro duplice sguardo retrospettivo sia concesso prima di affrontare l’argomento del periodo del presente capitolo. Si tramanda a Lallio dell’esistenza di un lazzaretto dove recentemente si è proceduto a un valido restauro in via XXIV maggio; la casa porta incisa sul frontone del portale la data del 1584.
Si parla insistentemente di una Casa dei Frati di antica data e si indica il cortile abitato da molte generazioni dalla famiglia Cavalli; si scorgono tracce di costruzioni medioevali e si dice che ci fosse una chiesetta. Nelle migliori delle ipotesi si può porre l’esistenza di un nucleo appartenente alla schiera degli Umiliati. Fiorenti nei secoli 1200 e 1300, come fa sospettare il nome di frate Marchesino di Lallio, già menzionato.
Nella chiesa principale di Salò sulle rive del lago di Garda è raffigurato in un quadro s. Paolino da Nola ( + 431), ritenuto l’inventore delle campane. E il famoso Antegnate, capostipite nella fabbricazione degli organi musicali, dicono che sia morto ad Albino nella Valle Seriana.
La comunità parrocchiale di Lallio fin dal Settecento ebbe cura nel costruire e valorizzare l’organo della propria chiesa parrocchiale, opera di Giuseppe Serassi I e poi di Francesco Bossi (1797). Il recente restauro ha favorito una diligente ricerca specialistica conservata in un elegante volumetto pubblicata nel 1992.
Occorre arrivare verso il 1740 con la reggenza dell’arciprete Francesco Zanchi (1738 – 1782) per parlare di stabile collocazione dell’organo che sappiamo essere di Giuseppe Serassi I (1694 – 1760). Di origine comasca, fondatore della mitica dinastia di organari della sua celebre famiglia. La parrocchia di Lallio, malgrado avesse l’organo Serassi di indubbio prestigio, dal 1765 stabilì uno stretto legame con l’altra famiglia organaria bergamasca dei Bossi, legame che si protrarrà per 150 anni, cioè fino al 1911. per trentadue anni Francesco Bossi suonò il Serassi di Lallio e provvide anche alla sua ordinaria manutenzione. In tanti anni lo stile sonoro del Serassi influì senza dubbio sul giovane Bossi che tuttavia si prese la ‘rivincita’ sostituendo nel 1797 il Serassi con il proprio organo nuovo. Le successive vicende furono ampiamente studiate e documentate fino al restauro del 1992, grazie alla munifica generosità finanziaria dei fratelli Morgandi. L’opera fu commissionata alla bottega organaria Piccinelli di Ponteranica, previa autorizzazione della Soprintendenza per i Beni architettonici di Milano.
Il concerto campanario della chiesa parrocchiale di Lallio trova un umile inizio nella solitaria "campana su pilastri" registrata nel 1575 durante la Visita apostolica di s. Carlo Borromeo, la chiesa priva di campanile si qualificava come ‘campestre’ e abbastanza distante dal centro abitato. La nuova chiesa, inaugurata nel 1740 dal vescovo Redetti, aspettò ancora l’ultimo decennio del Settecento per avere il suo concerto eseguito dal fonditore Francesco Comerio nel 1794; tre campane concertate in Mi bemolle maggiore. Alla distanza di due secoli rimangono oggi solo l prime due. Nel 1841 il concerto venne completato dal fonditore Giovan Battista Monzini di Bergamo con l’aggiunta di due campane più piccole, onde poter formare un concerto a cinque campane sempre del medesimo tono. Tale concerto venne poi trasferito dal vecchio campanile a quello nuovo. La storia prosegue con una vicenda di proporzioni nazionali e Lallio non rimase fuori. Infatti durante la seconda guerra mondiale vennero asportate due campane, la più piccola e la più grossa. Finita la guerra lo Stato italiano risarcì i danni con la "restituzione delle campane" e la fusione venne affidata nel 1953 alla ditta Capanni di Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia). Il concerto della chiesa parrocchiale risulta così composto: prima campana: tono Mi bemolle (Fonderia Capanni, 1953); seconda camapan: tono Fa (Fonderia Francesco Comerio, 1841); terza campana: tono Sol (Fonderia G. B. Monzini, 1841); quarta campana: tono La bemolle (Fonderia G. B. Monzini, 1841); quinta campana: tono Si bemolle (Fonderia Capanni, 1953). Le campane assortite in varie epoche e da differenti fonditori presentano tuttavia un suono ben intonato e abbastanza omogeneo. Altre ricerche approfondite potrebbero rivelare particolari interessanti, specie riguardo al numero e al tono del concerto Comerio del 1794; le campane potrebbero anche essere state cinque, oppure tre in tono Fa, anche se tale probabilità è assai scarsa.
Fin qui è stato riferito lo studio del tecnico – amatore Pietro Migliorini, dell’Associazione campanari di Bergamo e a conclusione di tutto si riporta quanto è scritto su una campana antica: "Quomodo si libeat quoque sit in discordia concors quisquis es ex nostro quaerere disce sono". Non è facile la traduzione letterale, ma il senso è questo: "Impara dal nostro suono a cercare la concordia tra opinioni diverse". In altra documentazione si legge: "Le campane erano cinque, quattro furono fuse da Francesco Comerio di Borgo S. Caterina su commissione dell’arciprete Zuccala nel 1794; una, precisamente la seconda che era probabilmente caduta, fu costruita da G. B. Monzini di Borgo S. Caterina nel 1841 per opera dell’arciprete Giambarini".
La storia delle campane per la chiesetta di s. Bernardino è ancora tutta da ricercare, perché il campanile in pietra costruito nel 1505 risultava fornito di tre campane, vendute, senza motivo apparente, nel 1870. Risalire alla fonderia delle tre antiche campane originale non è stato finora possibile. Le campane vendute dall’Economo spirituale, succeduto alla mote del parroco Motterlini, furono sostituite da tre nuove, in Si bemolle nel 1884, fuse dai fratelli Barigozzi. Formavano un ottimo concerto, vista anche la fama della fonderia durata parecchi decenni e attiva in vari luoghi. Fu un vero guaio la requisizione dell’ultima guerra mondiale, durante la quale anche le campane di s. Bernardino vennero asportate.
Il concerto di tre campane in tono di La maggiore, attualmente in funzione, venne fuso dalla ditta Capanni di Castelnuovo ne’ Monti nel 1953. Da rilevare un particolare importante: il castello e i ceppi in ferro per il sostegno delle campane sono tuttora egregiamente funzionanti e sono ancora quelli originali delle campane Barigozzi, 1884. Si tratta quindi di uno dei primi castelli e inceppature in ferro installati a quei tempi in sostituzione dei tradizionali castelli in legno.
Nel 1993 è stato compiuto un delicato restauro conservativo di notevole importanza. Una piccola campana di piccole dimensioni, proveniente dalla chiesetta soppressa della Vailetta, fusa da Antonio Monzini di Bergamo nel 1867, è pure installata sul campanile di s. Bernardino. Anche questa campana, ancora montata su ceppo di legno originale. È stata sottoposta a restauro con il relativo sostegno. L’intervento del 1993fu eseguito dalla ditta A.E.I. di Perego di Pozzuolo Martesana (Milano) per interessamento del sig. Angelo Cavalli, nativo di Lallio e appassionato suonatore di campane. La prima campana in La è dedicata a s. Bernardino, la seconda in Si è dedicata a Maria Assunta, la terza in Re bemolle è dedicata ai s. Bartolomeo e Stefano. La campanella del 1867 è dedicata a s. margherita. Il restauro dell’organo della chiesa parrocchiale e delle campane della chiesetta di s. Bernardino sono un piccolo segno della ripresa spirituale della comunità di Lallio sotto la guida solerte dell’arciprete don Pasquale Beretta. Altre imprese più considerevoli riguardano la ricostruzione della casa parrocchiale e dell’oratorio.
Le campane chiamavano alla preghiera liturgica, suonavano l’Ave Maria, l’allegrezza dei battesimi, il lutto di chi lascia questa terra e una volta suonavano ‘a martello’ in occasione di calamità come violenti temporali. In una conversazione con l’attuale sacrista Lorenzo Rottoli ci diceva la differenza segnalata nel passato tra il segno di morte di un uomo o di una donna, usanza scomparsa ai tempi di don Silvio Cividini per lamentela della gente. La morte di un uomo era annunciata da sette rintocchi, ripetuti più volte dopo una relativa pausa; suonava la campana più grossa. La morte di una donna era annunciata con cinque rintocchi. Ora non c’è nessuna distinzione e l’avvenimento si esprime così: rintoccare con la quinta un botto e questo per tre volte consecutive, poi rintoccare ocn la quarta per circa cinque minuti.
Le campane fuse dalla ditta Capanni nel 1953 portano tutte questa scritta comune: Ablatum tempore belli A. D. MCMXL – MCMXLIV – Restitutum pubblico sumptu ("Sottratta in tempo i guerra Anno del Signore 1940 – 1944 – Restituita a spesa pubblica"). Ogni campana è contrassegnata da un numero progressivo e da una scritta latina. Sul campanile di s. Bernardino la campana n° 386 dice: Voce mea ad Dominum calmavi et exaudivit me ("Con la mia voce ho gridato al Signore e mi ha esaudito"); la n° 387 dice: Intende vois orationis meae Rex meus et Deus meus ("Presta attenzione alla voce della mia preghiera, mio re e mio Dio"); la n° 388 dice: Domine labia mea aperies et os meam annuntiabit laudem meam ("Signore, apri la mie labbra e la mia voce proclami la tua lode").
Le visite pastorali dei vescovi di Bergamo nel Settecento trovano iniziati a Lallio i libri dei battesimi (1702), delle cresime (dal 10 ottobre 1704), dei matrimoni (1705) e dei morti (1702). Un valore particolare viene riservato al libro del 1707 intitolato Misure, et Dissegni delli Beni dell’Arciprebenda di S. Bartolomeo, et Stefano di Lallio posti in detto luogo di Lallio, compilato per ordine e in presenza dell’arciprete Giacomo Barbaglio.
Mons. Luigi Ruzini (1698 – 1708) visitò Lallio nel 1704 e in quella circostanza conferì il sacramento della Cresima.Nella chiesa di s. Bernardino vennero inventariati paramenti e mobili: calice d’argento con patena, calice d’ottone con coppa indorata e patena d’argento, dieci corporali, quarantaquattro purificatoi, sette palle, pianeta di broccato bianca, manipolo, velo e borsa.
L’elenco continua con altre nove pianete, sedici palii, tre messali e uno per le messe da Requiem, un graduale per cantare Messa, un manuale corale. Poi seguono altri oggetti liturgici: "Una croce d’argento dorata, croci quattro d’otone per li altari, candelieri d’otone dieci otto per li altari, lampade tre d’otone, due alette latterali al presbiterio d’otone, un sederino d’otone, fiorami con suoi vasi diciotto per li altari, cotte per li sacerdoti quattro, cotte per li serventi undici, mappe otto, fazzoletti otto e croce grande per le processioni". Le pianete erano distinte in festive e feriali; sarà utile aggiungere alla pianeta di broccato bianca già menzionata sopra le altre sei pianete festive: pianeta morella di damasco con stola, pianeta di broccato rosso con velo, pianeta di damasco bianco con fiorami colore d’oro con stola, pianeta rossa d’ormesino con stola e pianeta verde di raso con stola.
Varie qualità di palio erano festivi e pregevoli: palio di broccato bianco con ornamenti, palio di broccato rosso con ornamenti, palio di damasco con ornamenti, palio rosso d’ormesino con ornamenti, palio morello di damasco con ornamenti e palio verde di damasco con ornamenti. Altri preziosi palii ornavano gli altari della Beata Vergine e di s. Caterina, i primi invece erano riservati all’altare maggiore.
Altre ricerche sono aperte sulla storia di Lallio; ora ci si limita a tracciare delle piste essenziali per ulteriori studi monografici. Il vescovo Luigi Ruzini proseguì per Albegno il 20 ottobre 1704 e, dopo la consueta visita alla chiesa, tenne un sermone, interrogò i ragazzi del catechismo, che trova ben istruiti, e poi amministrò la Cresima.
Il vescovo Antonio Redetti (1731 – 1773) visitò la zona nel 1740 e precisamente il 10 giugno era ad Albegno. In quell’anno a Lallio venne consacrata la chiesa dallo steso vescovo il 6 giugno durante la visita pastorale; il parroco era don Francesco Zanchi. In quella chiesa esisteva ancora ai tempi dell’arciprete Rota una lapide commemorativa della avvenuta consacrazione e del successivo restauro. Ecco la trascrizione fedelmente lasciataci dall’arciprete Rota:
PRIMA PLEBIS
QUE, FORIS HIC A FUNDAMENTIS ERECTA
ANNO MDCLX
SACRATA OCT. IDUS JUNII MDCCXL
INVISENTE PRESULE
DEDICATIONIS DECRETO DIE OCTAVA OCTOBR.
RESTAURATA
MDCCCII
Lo stesso arciprete Rota commenta e suggerisce una correzione al testo: "le parole die Octava octobris sono da mutarsi in queste altre: die Domenica quarta Octobr.". Aggiunge poi altre considerazioni circa l’autore della scritta. Questa iscrizione fu fatta dall’arciprete Personeni, ma a quanto pare si ricava da memorie antiche. Fu da lui tolta o formata sopra altra che esisteva già in chiesa prima di restaurarla. Egli non vi aggiunse che la parola Restaurata e l’anno della restaurazione. "Ritengo che sia stata fatta dall’Arciprete Zanchi dopo la consacrazione della chiesa avvenuta ai suoi tempi".
La chiesa fu quindi benedetta dall’arciprete Ambrosio Cari il 21 dicembre 1660: fu poi consacrata il giorno 6 giugno 1740 da mons. Redetti nell’atto della visita pastorale in giorno di domenica (così ci riferisce ancora il Rota). Mons. Redetti stabilì per l’anniversario della dedicazione il giorno 8 di giugno di ogni anno; ma poi mons. Speranza con autorità della Sacra Congregazione dei riti stabilì che si commemorasse invariabilmente la quarta domenica di ottobre di ogni anno, e ciò con decreto n° 1686 del 26 settembre 1868, conservato nell’Archivio parrocchiale. Mons. Redetti proseguì per Albegno dove fece il suo ingresso per la visita pastorale il 10 giugno 1740, ricevuto dal parroco Giovan Battista Rota e dalla popolazione. Dalla relazione del parroco di Albegno risulta che le anime sono in tutto 289, di cui di comunione 230.
La visita del vescovo Gian Paolo Dolfin (1778 – 1819) avvenne a Lallio nel 1781. La relazione dell’arciprete Francesco Zanchi lascia intendere che al sua salute è ormai resa cagionevole. Così cominciò il suo esposto: "In questa Curia io Arciprete Francesco Zanchi e fui promosso per concorso il giorno 28 marzo 1738 e mi rende d’entrata scudi trecento cerca annui compresi certi ed incerti. De beni che possiedo, e delle Decime, che raccolgo ne esibisco il Rottolo. Vi sono due capellani il primo di questa Chiesa Parrocchiale è il Rev.do D.n Angelo Quadri V.c P.o il secondo della Chiesa, o sia Oratorio di S. Bernard.o, e il R.do D.n Giacomo Angeveti fatto Diocesano, de buoni ed Ecclesiastici costumi, si mantengono con sue entrate di casa, e con il Benefizio della Cappellania, e sono amovibili. Il R.do Quadri è d’età d’anni quaranta, abita in casa propria. Il R.do Angeveti è d’età d’anni sessantadue abita nelle case fabbricate per li Capellani nel Luogo detto S. Bernard.o, ed è Confessore".
La relazione continua con la descrizione accurata di sette benefici semplici:
1. Beneficio posseduto dal Molto R.do Alfonso Siccas consiste in Campi e Decime come al suo Rotolo qui annesso
2. Parte di Beneficio posseduto dal R.do Sigr D.n Francesco Codali consiste in un campo di Pertiche sette in cerca
3. Parte di Beneficio posseduto dal R.do Sigr D.n Francesco Ambivere consiste in un campo di Pertiche quattordici in cerca
4. Parte di canonicato posseduto dal R.dmo Sigr Canonico Asperti
5. Parte di canonicato posseduto dal R.dmo Sigr Canonico Pesenti
6. Parte di canonicato posseduto dal R.dmo Sigr Arcidiacono Mario Albani
7. Parte di Beneficio posseduto dal R.do Parroco di S. Michele dell’Arco di Bergamo.
Il parroco parlò al visitatore delle chiesette della sua ‘cura’ o parrocchia. "S. Bernardino, eretta da fra Eustachio Cacciaguerra, non professo, con entrate governate da sindaci di detto Luogo nel mantenimento del loro Capellano per la celebrazione di tante Messe, e nel provvedere le cose necessarie a detto Oratorio, e nel fare altri offizii divini, e messe cantate nelle Feste della S.a Croce, nel giorno della Concessione ( = Concezione) di M.a V.e, nel giorno della Circoncisione del Signore, e nel giorno di S. Bernardino, e di S. Margherita". Il parroco testimonia che tutte queste cose vengono eseguite con ordine e ai tempi stabiliti ("e ha suoi Tempi").
Le entrate poi di detto Oratorio "consistono in un Campo, in Caritati Livelati con Istromento, e Decime con al Rotolo qui annesso e vi sono li infrascritti legati da eseguirsi in detto Oratorio". La chiesa parrocchiale di Grumello del Piano per legato Dilani deve far celebrare una Messa nella festa di s. Bernardino; l’ospedale maggiore di Bergamo deve far celebrare due Messe nella suddetta festa; la Misericordia Maggiore di Bergamo ne deve far celebrare due nel giorno di s. Margherita "e il tutto è eseguito".
Poi viene a riferire di un altro Oratorio "denominato de S.ta Margarita nel Luogo ove si dice della Vaglietta con obbligo di Messe, il quale è mantenuto, e provveduto di quanto bisogna dal Nob.e Sigr C. Taglietti".
La formazione scolastica era ridotta al periodo invernale perché d’estate probabilmente gli alunni erano impegnati nei lavori agricoli. "Si fa la scuola a figlioli in tempo d’inverno, e questa fatta dalRd.o S.r D.n Giacomo Angeretti nella quale s’insegna a legere, e scrivere. Alle figliole poi s’insegna loro dalle proprie Madri è d’altre Donne loro vicine".
Vi era una comare esaminata e approvata e si chiamava Lucia Carminati.
Vi è poi presentata la situazione dei cresimandi, in numero di 37: "li quali tutti li ho avvertiti, e a loro spiegato il sacramento che vanno a ricevere, e fatti confessare, fattane prima da me la nota come anche de Padrini". "La domenica si insegna tanto a maschi come a femine separate da quelli con tela attraversata in mezzo alla Chiesa doppo la recita si fa la spiegazione della medesima, vi sono le cinque Classi. Non si fa la promozione de scolari alle Classi superiori se non sono approvati. Si tiene nota dal Cancell.e ogni frequenza delli Operaj che intervengono e del numero de scuole. Si fanno le cariche a suoi Tempi, e si tiene registro distinto ne Libri de gli uni, e delli altri, ed in sagrestia si fa la Q.ta Classe alli uomini in tempo e si fa la recita della Dottrina alli giovani in Chiesa, e scritti li Confratelli e Consorelle in Libri distinti, ed è deputata la Festa della Dottrina la Domenica di Settuagesima".
Viene menzionata per ultimo la Confraternita dei Disciplini bianchi di S. Maria Maddalena, i quali tengono il suo Libro ove descrivonsi li Confratelli e Consorelle, creano una volta all’anno le sue cariche, recitano la magior parte dell’anno nelle feste l’Offizio, si vestono quando occorre nelle Processioni, non hanno entrata, e solo raccolgono delle elemosine, che van questuando fra l’anno,ed esse si spendono nel far cantare tre Messe fra l’anno, e nella celebraz.e di altre alla morte di qualche Confratello e Consorella, tengono provisione di cera, de vesti e quanto loro occore, conforme la sua Regola, e rendono i conti una volta all’anno a chi succede in carica".
Segue poi un questionario circa la moralità degli abitanti e si risponde negativamente su tutto il fronte; infatti non ci sono usurpatori di beni ecclesiastici, né in confessi di Pasqua, né matrimoni clandestini. A Lallio non esistono maritati separati dalle rispettive mogli, né pubblici bestemmiatori e neppure sanguinari.
Il parroco Zanchi risponde negativamente anche al paragrafo circa le eresie. "Sospetti d’eresia, o che pratichino in Paesi d’eretici senza le debite cautele, o che abbiano Libri proibiti, non ce ne sono. "Non esistono neppure persone malefiche, debitrici verso luoghi sacri, non ci sono usurai e per quanto riguarda il dovere dei sacerdoti non ci sono in sospeso "Messe non dette"."Per l’Anniversario Legato Licini si celebra la Messa ma non si canta". I sacerdoti sono fedeli alle loro riunioni ( = Congreghe); tuttavia "quella Parrocchiale ora si omette per essersi reso cagionevole il Sigr Arciprete".
Gran fervore in parrocchia, ma il parroco non gode buona salute e sarà forse il malessere che lo porterà alla tomba; la data della sua morte non sarà lontana. Le direttive del vescovo si eseguono regolarmente, non ci sono irriverenze nelle chiese, né giochi proibiti, né balli. Nessuno a Lallio risulta scomunicato. Lodevole è la frequenza ai "divini uffici" e non si notano particolari disordini.
"Anime di Comunione n° 228 – Anime in tutto n° 317".
La scelta dei parroci in tutto il 1700 è stata guidata da un criterio rigoroso ispirato alla responsabilità della carica ricoperta di arciprete plebano.
Già nel passato figure di spiccato valore hanno guidato la parrocchia di Lallio, si verificherà puntualmente anche per un altro lungo periodo.
Giacomo Barbaglio era figlio del fu Antonio ed era di Bergamo, precisamente di Borgo S. Leonardo. Resse per trentasei anni la parrocchia a partire dal 1702 e morì il 5 gennaio 1738, all’età di settant’anni.
Si mise decisamente all’opera per fornire l’archivio dei registri dei battesimi. Delle cresime, dei matrimoni e dei morti; sempre nei primi anni del suo mandato. Nel 1707 iniziò la compilazione di un inventario dei beni della parrocchia.
Si tratta di piccoli appezzamenti di terreno, infatti il paese di Lallio non ha mai avuto una vasta superficie ed è ancora oggi considerato tra i più piccoli comuni della Bergamasca per le sue ridotte dimensioni. Il libro in questione s’intitola Misure, et Dissegni delli Beni dell’Arciprebenda di S. Bartolomeo, et Stefano di Lallio posti in detto luogo di Lallio.
Nella presentazione grafico – pittorica viene riprodotto lo stemma di Lallio sotto il simbolo di una scacchiera. Il disegno racchiuso in un ovale riserva il campo superiore alla figura di un angelo orante. La chiesa parrocchiale viene stilizzata con campanile e abside prominente. La casa parrocchiale è posta parallelamente alla fiancata di destra della chiesa.
Il parroco dispone personalmente di casa, stallo e orto; nelle immediate vicinanze esiste un chioso di pertiche 23 destinato, due secoli più tardi a diventare area dove sorge l’attuale parrocchia consacrata nel 1924.
L’orientamento delle mappe è sempre segnato da una rosa dei venti con l’indicazione dei quattro punti cardinali: tramontana ( = Nord), Ostro ( = Sud), Levante ( = Est) e Ponente ( = ovest). La misura dei terreni è fatta in cavezzi.
È interessante portare qualche esempio di appezzamenti terrieri della parrocchia di Lallio, registrati dall’arciprete Barbaglio con colorite mappe tecnicamente descritte dagli agrimensori del suo tempo.
Campo delli Cesi era di cinque pertiche, confinava a sud con il vaso della Rozza e lo stradone da Osio a Bergamo. Morletta era di sei pertiche, confinava a est e a ovest con il Pascoletto di Lallio. Rozza era un pezzo di terreno confinante con la proprietà di Nazaro Capitanio, a sud con quella del sig. Giacomo Grimani e fratello, a est con una strada e a ovest con il Pascolo della contrada di Lallio.
Poi c’era il Prato del Signor Arciprete, detto La Foppa, confinava a sud con il "vaso della Rozza, seu Coglionesca" e con la parallela strada di Bergamo, a nord con una strada, a est con la strada del comune detta Via Longa: tutto il terreno misurava pertiche 12, tavole 9 e piedi 11.
Nigherzola, confinava a nord con un sentiero d’ingresso, a sud con la Rozzietta Verdellina, a est con la proprietà di Giovanni Benaglio e a ovest con la proprietà "dell’Ill.mo Dottor Giovanni Battista Marocchio": tutto il terreno misurava pertiche26, tavole 13 e piedi 11.
Il 29 luglio 1728 il Benaglio richiese la stesura di un atto notarile a legalizzare le proprietà della parrocchia di Lallio nei termini descritti dal libro diligentemente compilato e ancora conservato nell’Archivio parrocchiale; oltre ai notai sono chiamati tre testimoni tutti del paese di Lallio: Marco Sangaletti, d’anni settanta circa, Alberto Arnoldi, d’anni cinquantaquattro circa e Silvano Massaroli, d’anni quarantasei circa. La documentazione cita testi antichi e tiene presente il tributo delle decime spettanti la parrocchia e la chiesa di s. Bernardino.
L’arciprete Francesco Zanchi, nato a Cologno il 28 agosto 1695 da Lorenzo e Caterina Meriso, fu promosso per concorso alla parrocchia di Lallio il 28 marzo 1738. Svolse il suo lungo apostolato per oltre quarantaquattro anni e morì il 4 settembre 1782 all’età di ottantasette anni. Ebbe orazione funebre dal rinomato sac. Giovanni Vitali di Bergamo. Chi scrisse l’atto di morte nei libri parrocchiali aggiunse queste parole: vere devotionis erga Ss.mam Mariam V., exemplum posteris imitandum reliquens.
Eresse la Confraternita dell’Addolorata. Come si è detto sopra, durante la sua cura pastorale fu consacrata la chiesa di Lallio dal vescovo Redetti nel 1740.
Nel 1783 inizia l’attività parrocchiale l’arciprete Giacomo Valli. Fu per ventidue anni professore di filosofia e di teologia nel Seminario di Bergamo. Resse per sei anni la parrocchia a lui affidata, poi fu trasferito in quella di Telate, da lui retta per quattro anni, cioè fino alla sua morte avvenuta il 16 luglio 1704 all’età di sessantaquattro anni; così si legge negli atti di morte della parrocchia di Telgate.
In questo periodo (1776 – 1791), coperto dall’esercizio di tre parroci, ossia don Zanchi, don Valli e don Zuccala si aprì e si occluse l’affare per così dire riguardante lo stipendio del sacrista. Una certa entrata economica era assicurata alla parrocchia di Lallio sotto forma di decima, tecnicamente denominata ‘chiericato’, allo scopo di provvedere al congruo stipendio di un inserviente laico. Tale beneficio serviva a fornire il salario ad un laico per una prestazione di servizi come sono scopar la chiesa, pulire e custodire mobili, suonare le campane e latri simili incombenze. Queste decime del chiericato di Lallio passarono al Beneficio parrocchiale di Pignolo in Bergamo "a titolo oneroso". Infatti, previo decreto 6 marzo 1776 dell’Autorità ecclesiastica, approvato dal Senato veneto con decreto 10 giugno 1789, fu fatta unione del predetto chiericato al Beneficio parrocchiale di Pignolo mediante contratto o convenzione in data 18 giugno 1791 in atti stesi dal notaio Giovanni Battista Vitali – Rota, dei quali si conserva copia autentica nell’Archivio aricpresbiteriale di Lallio. La convenzione ebbe luogo fra l’investito e del Beneficio prepositurale di Pignolo e quello dell’Arciprebenda di Lallio per ultimare e sanzionare l’unione suddetta. Ora l’art. 2 di detta Convenzione è nei seguenti termini: "2. Che il Prevosto attuale di S. Alessandro della Croce in Pignolo e di lui successori paghino e pagar debbano effettivamente ogni anno sempre ed in perpetuo all’Arciprete di Lallio presente e di lui successori scudi 40 di lire sette l’uno, netti ed esenti di ogni e qualunque aggravio, presente e futuro, tanto pubblico quanto di qualunque altra sorte nessuno eccettuato,e riserva unicamente del carico annesso al Chiericato predetto di corrispondere annualmente al Sacrista l’annua mercede per il personale di servizio, solito prestarsi al Parroco seu Arciprete di Lallio".
Il sacerdote Giovanni Battista Locatelli Zuccala, prevosto di S. Alessandro in Colonna per quasi trent’anni, dal 1796, lasciò le celebri Memorie storiche di Bergamo dal 1796 alla fine del 1813. Tali memorie sono assai preziose e costituiscono una fonte di notevole importanza per la conoscenza di uno dei periodi più agitati della storia bergamasca.
Il Locatelli Zuccala (ricorda il Belotti nella sua Storia di Bergamo e dei Bergamaschi – senza tuttavia menzionare che il celebre cronista fu precedentemente parroco a Lallio), morto il 25 aprile 1825 in età di 71 anni, oltre che per la sua dottrina, lasciò buona memoria di sé, anche per la sua grande carità e di lui si conserva tuttavia il ritratto nella sacrestia della chiesa.
Il quadro, conservato nella citata sacrestia della chiesa di S. Alessandro in colonna rappresenta il sacerdote in cotta bianca di pizzo lungo e svolazzante sul davanti e fiorito lungo le braccia fino ai polsi, la stola scende dalle spalle in doppia striscia larga e ornata. Nella sacrestia di Lallio il suo ritratto presenta uno sfondo montagnoso sulla sinistra, il braccio sinistro è appoggiato al tavolo sopra due volumi e altre carte. Risalta in primo piano un calamaio con due penne d’oca; il personaggio è vestito di nero.
Le annotazioni raccolte dall’Archivio parrocchiale di Lallio ricordano che lo Zuccala era nativo di Fuipiano Imagna. Fece il suo ingresso a Lallio nel 1789 e dopo sette anni fu trasferito a Sant’Alessandro in Colonna. Uomo di robusto ingegno era consigliere vescovile; stampò due opere: De protestate presbyterorum e Annali di Bergamo (sono probabilmente le sopraccitate Memorie storiche). Aiutò il can. Mario Lupo nella stampa del suo Codex diplomaticus.
Veramente il manoscritto delle Memorie di don Giovanni Battista Locatelli Zuccala inizia con questo titolo: "memoria della Parrocchia di S. Alessandro in Colonna …" e l’autore si dichiara prevosto della seconda Porzione Prepositurale della suddetta parrocchia. Tuttavia lo scritto dello Zuccala risulta indispensabile alla ricerca storica del periodo napoleonico a Bergamo e per risolvere l’enigma di manzoniana memoria: "ai posteri l’ardua sentenza".
L’arciprete Andrea Personeni resse la parrocchia di Lallio per trentaquattro anni a partire dal 1797. Lasciò questa vita terrena per vivere eternamente in Dio in data 24 marzo 1831 alla bella età di ottantanove anni. Era un buon letterato, fu socio dell’Ateneo di Bergamo e professore di dogmatica in seminario. Il suo ministero sacerdotale fu utilissimo per la Parrocchia di Lallio sotto ogni aspetto. Nel 1802 rifece la chiesa, pavimento, banchi, pusterle, altari, …, tutto frutto della sua industria.
Anche la strada che da Lallio conduce a Grumello del Piano fu fatta per opera sua. Il suo ritratto, al tempo dell’arciprete Pietro Rota, si trovava presso i suoi pronipoti a Bergamo, dove egli pure era nato, sebbene la sua famiglia fosse originaria di Bedulita. Quel ritratto passò fortunatamente nelle mani dello stesso Rota che lo collocò nella sacristia parrocchiale di Lallio.
Si sta sconfinando nella storia dell’800, la scusante è una sola: i numeri si possono separare matematicamente, non così le persone e le loro vicende. Il Personeni spese le sue maggiori energie per il Seminario di Bergamo che in quel periodo stava trasferendosi di sede con l’acquisto della località di S. Giovanni in Arena (1817). Nel mese di luglio di quell’anno furono venduti alcuni fondi in Albegno, Treviolo e Lallio per mettere concretamente in atto il nuovo progetto delle costruzioni murarie.
Ci soffermiamo un poco a considerare le vicende che riguardano la costruzione della strada per Grumello del Piano e quindi per Bergamo perché interessanti: si tratta di uno spaccato di burocrazia, di problemi di progettazione, di bilanci comunali, di mancati pagamenti e altre cose che risalgono agli inizi dell’800, ma che sono molto simili ai problemi che affliggono l’attuale viver sociale: interessante quindi per l’aspetto storico.
La questione iniziò nel 1810, buona parte della nostra nazione costituiva il Regno d’Italia sotto Napoleone I – diciamo buona parte perché diversi territori italiani erano annessi direttamente all’Impero di Francia, imperatore sempre Napoleone I -, Lallio era una frazione del comune di Bergamo da pochi anni (infatti nel 1805 troviamo in una lettera della prefettura l’indicazione "comune di Lallio con Grumello del Piano"), così come pochi anni dopo, ritornando gli Austriaci, venne ricostituito il comune (in una lettera del 1819 il parroco di Grumello parla del proprio paese come di frazione di Lallio), in pari data le delibere del Consiglio comunale recano l’intestazione "Lallio con Grumello", "Lallio ed Uniti").
Il podestà di Bergamo scrisse al prefetto del Dipartimento del Serio per segnalare la necessità di costruire una strada che collegasse la parrocchia di Lallio con il cimitero e la parrocchia di Grumello del Piano, specificò in particolare – la frase sarà causa di equivoci – che "la costruzione di tale strada porta pure quella di un ponte sul torrente Oriolo. E la spesa totale sarà di £. 400 italiane". Molto rapidamente rispetto ai nostri tempi – passano solo quattordici giorni – arriva la risposta: "si compili il progetto; sia autorizzato sin d’ora il Podestà a cimentarlo all’asta riservando al Prefetto l’approvazione degli atti dell’asta. Abbastanza velocemente opera il comune di Bergamo, e tutto sembra filare liscio, in quanto il 28 maggio 1811 viene effettuata la detta asta del progetto, giusta autorizzazione prefettizia, passeranno però cinque mesi affinché il tutto venga inviato alla prefettura, il comune incomincia a prender tempo! Stupore da parte prefetto che scrive al podestà nel giro di pochi giorni rimarcando che il progetto approvato dal comune precede di un anno la sua autorizzazione, che l’importo complessivo è di £ 6.663 mentre la spesa indicata era di £ 400 (!), che inesatti sono la descrizione su alcuni fogli: che si tratti, conclude, di un altro progetto?!!
Non così celermente arriva la risposta del podestà, passa infatti un mese e mezzo, il quale fa presente che la cifra di £ 400 si riferiva al solo ponte sull’Oriolo; tuttavia nessun problema: si è presentato nel frattempo il parroco di Lallio, Andrea Personeni, sostenendo che la strada doveva costare meno; sollecitato dal podestà, ha fatto elaborare un progetto alternativo. Il giorno dopo il prefetto risponde facendo notare che il nuovo progetto evita il torrente oriolo e quindi non collega il paese con il cimitero; bisogna pensare a un altro tracciato. In questi termini opera il municipio ed infatti il 14 febbraio dell’anno successivo è pronto un nuovo progetto "per ricostruzione strada di Lallio" e per "costruzione di una nuova strada conducente al cimitero"; "la spesa diminuita la metà di quella per cui fu deliberata".
A questo punto viene interpellato l’ingegnere capo del dipartimento che, esaminati i tre progetti nel frattempo elaborati, li ritiene inadeguati e pertanto ne formula un quarto (sembra si tratti delle attuali opere pubbliche!) per conciliare le diverse esigenze dell’economia con quelle della popolazione, individuate in tre fondamentali: collegamento con il paese di Grumello, accesso al cimitero e trasporto delle merci a Bergamo; non si può quindi evitare l’attraversamento del torrente oriolo. In un mese è pronto l’ultimo progetto, debitamente approvato; spetta al Municipio appaltare.
Passano tre mesi e questo lasso di tempo sembra eccessivo al prefetto che così scrive all’amministrazione di Bergamo: "volge ormai il terzo mese", ma non sono ancora stati pubblicati gli avvisi d’asta;a questo punto si accenna per la prima volta ai cittadini: "tante volte ripetuti reclami della popolazione di Lallio che ben giustamente chiedono di avere una discreta e sicura comunicazione colla strada postale onde recarsi a Bergamo (…) essendo l’attuale un angusto fosso d’acqua e intercettato per caduta delle pietre di un ponte che l’attraversi", suppone che non esistano problemi finanziati essendo iscritta nel bilancio comunale una cifra ben superiore. Infatti è proprio questo il problema: i bilanci sia del 1811 che del 1812 sono deficitarii e sembra che lo sia anche quello del 1813; il podestà ha una bella pensata: trovare un appaltatore disposto ad aspettare il pagamento. Il suo interlocutore si rende conto che un’idea del genere affosserebbe definitivamente il progetto perché non si sarebbe mai trovato alcuno disposto a lavorare senza la certezza di quando sarebbe stato pagato. Il 9 luglio 1812 chiede che gli vengano trasmessi i vari progetti entro la giornata (!). due giorni dopo partono gli elaborati, risulta che il comune ha riveduto illegittimamente il progetto definitivo. Un intervento molto duro del prefetto ("non potrò mai permettere che si frapponga un ulteriore indugio all’adempimento di un lavoro …", "… nella ferma lusinga che io non avrò più di ritornare sopra questo modesto argomento …" e altre frasi di simile tenore) sblocca la situazione: il comune finanzia metà dell’opera sull’esercizio del bilancio del 1812 e l’altra metà su quello del 1813. Sorgono latri problemi burocratici in merito alla procedura d’esproprio e a quella per il pagamento dei fondi espropriati; vengono spostati i termini di pagamento dal 1812 al 1813 e quelli del 1813 al 1814.
Sembra tutto risolto, ma si hanno degli strascichi: da una lettera del 2 gennaio 1815 di un certo Giacomo Zanchi, fabbriciere della parrocchia di Lallio, indirizzata al prefetto (in qualità di tutore delle parrocchie, il governo infatti sorvegliava direttamente l’attività religiosa) si scopre che la chiesa è ancora creditrice nei confronti del comune di Bergamo di £ 4.111,50 oltre a £ 166 per la manutenzione; solamente nel marzo del 1814 ha ricevuto un acconto di £ 133,71; ancora il 13 gennaio 1815il comune si dichiara impossibilitato a soddisfare la richiesta di pagamento.
Abbiamo trovato infine una citazione in data 12 agosto 1815 rivolta al comune di Bergamo a comparire entro otto giorni per il pagamento di £ 2282,29, residuo dell’importo dell’opera, citazione ad istanza dello steso Giacomo Zanchi, definito agricoltore della frazione di Lallio. Non ci è stato possibile scoprire come sia andata a finire.
Nel 1876 venne affrontata la necessità di collegare i paesi di Treviolo e di Lallio con una nuova strada, essendo la veccia via del Pero ormai inadeguata. Il comune di Treviolo prese in considerazione tre ipotesi:
1) riattare il vecchio tracciato,
2) costruirne uno nuovo sempre partendo dalla contrada del Pero,
3) seguire un novo percorso attraversando il territorio di Curnasco; alla fine venne deciso per il secondo progetto.
Il comune di Lallio, nel Convocato generale del 9 febbraio 1827 approvò invece, con ampia maggioranza, la prima soluzione. Il progetto venne accettato anche dall’altro paese perché nel 1830 la detta assemblea delegò la deputazione comunale (analoga all’attuale giunta municipale) a progettare un breve tratto di strada per collegare il paese alla via del Pero in fase di ricostruzione da parte del comune di Treviolo.
L’argomento riceve un certo qual interesse, oltre che locale, anche culturale perché ci consente di considerare come una questione trattata dai libri di storia – quella di seppellire i defunti nelle chiese – voluto dalla legislazione francese, avesse toccato la sensibilità della popolazione che si vide privare di tradizioni alle quali era profondamente legata, cariche di valori affettivi e religiosi, quali quelle relative al culto dei morti; una testimonianza di ciò, seppur con motivazioni diverse, è rappresentata dal poema di U. Foscolo, Dei Sepolcri, scritto sullo spunto di un atto legislativo francese (L’Editto di Saint Cloud, 1804) analogo a quello applicato alla provincia bergamasca e del quale tratteremo in seguito. La costruzione della nuova strada tra Lallio e grumello era, giustificata, come abbiamo visto sopra, anche dalla necessità di un collegamento fra la chiesa e il cimitero. Il luogo scelto per la collocazione del camposanto fu l’attuale, in località allora chiamata Campo Molino, di proprietà di un certo Pier Luigi Vailetti Salvano.
L’edificazione di questo luogo è dello stesso periodo della costruzione della strada, infatti l’ultimazione dei lavori risale all’estate del 1809; è la legislazione francese che richiedeva che i defunti fossero tumulati non più nelle chiese, ma in terreni posti al di fuori degli abitati, si trattava di un decreto del re d’Italia (Napoleone I) del 5 settembre 1806 che concedeva due anni di tempo per adeguarsi alla normativa. Tutto non filò liscio, infatti il Prefetto del Serio (con sede a Bergamo) il 31 luglio 1809, quindi tre anni dopo, chiedeva al Cancelliere censuario – autorità responsabile anche dei singoli comuni – d’operare con urgenza, eventuali appaltatori inadempienti dovevano essere intimati per mezzo dei sindaci a compiere il lavoro entro dieci giorni.
La popolazione infatti non era favorevole a tale scelta, vista come irreligiosa, il cancelliere censuario suggerì, per evitare la resistenza da parte degli abitanti, d’attivare contemporaneamente tutti i cimiteri e non uno a uno "pel motivo che si travede che gli Abitanti idioti non saranno indifferenti a tale novità"; il prefetto rispose: "né vedo come possa succedere che l’effetto del mal contento degli abitanti, seppur sopita, abbia a cadere sopra i sindaci".
La prima persona inumata fu certa Margherita Cattaneo, moglie di Giovanni.
Il cimitero resterà al servizio di Lallio e di Grumello fino ad oggi; in tempi più recenti, nel 1925, il Consiglio comunale di Lallio deliberò di sciogliere il consorzio cimiteriale fra i due comuni invitando la Giunta municipale a procedere con urgenza; ma a tutt’oggi non è stato fatto nulla; doveva essere un’idea seria perché nel 1926 il Commissario prefettizio acquistò due pertiche di terreno da Carlo Zanchi per questo scopo. Anche il parroco intervenne in quella seduta di consiglio, parlò "dell’insufficienza e dell’indecenza dell’attuale" cimitero, criticò "la colpevole mancanza dell’ossario, per cui i resti ossei di dissepolti si possono vedere dispersi …" e offrì come terreno sul quale edificare il nuovo campo santo un’area a sud del paese, denominata Campo S. Bartolomei ai mortini.
Per completare l’argomento riferiamo che nel 1863 il comune di Grumello, separato da quello di Lallio nel 1819, propose all’altro municipio, che approvò, di acquistare insieme un fondo "attiguo al cimitero promiscuo per il seppellimento dei non battezzati". Anche questo progetto non ebbe seguito: ancora negli anni ’50 del nostro secolo esisteva un piccolo spazio riservato ai non battezzati.
Napoleone mosse le acque della società civile europea, portò molta gioventù a morire sui campi di battaglia e lasciò molto da fare a chi si occupava in opere di pace. A Lallio si è visto l’arciprete Andrea Personeni ( + 1831) impegnato nella costruzione della strada Lallio – Grumello del Piano.
I suoi successori nel restante periodo del 1800 furono Girolamo Giambarini (1856 – 1870), l’indimenticabile Pietro Rota (1871 – 1896) e Pietro Palazzini (1896 – 1906). Sistemato il cimitero, rimase del tempo per dedicarsi alla letteratura, alle ricerche storiche e al progetto per la chiesa parrocchiale.
Girolamo Giambarini di Bergamo fu ottimo sacerdote e pastore come parroco di Lallio dove prese possesso nel 1831. Era letterato egregio e poeta, rinomato oratore ai suoi giorni, decorato dal re di Francia Luigi XVIII. Aveva relazioni con il famoso Byron e con Chateaubriand. Gli ultimi anni "ebbe la sventura di cadere nella demenza". Morì a Lallio il 22 luglio 1854.
Il ritratto del prof. Giambarini, conservato nella sacrestia della chiesa parrocchiale di Lallio e riprodotto anche nell’opera del Belotti, lo raffigura con una croce appuntata al petto a ricordo della decorazione avuta per i suoi meriti letterari. Egli narrò la storia poetica del convento di s. Egidio di Fontanella e la lesse al patrio Ateneo il 5 agosto 1841, accogliendo la falsa tradizione della regina Teutperga "non per sostenere l’opinione volgare, ma per seguire l’uso d’ bardi, che cantavano gesta cavalleresche e persone grandi e anche fatti favolosi".
Probabilmente i connotati del passaporto riportato dal Belotti corrispondono al prete Giambarini, diretto a Parigi all’età di 35 anni, forse in viaggio per ricevere la decorazione del sovrano francese. Il prezioso documento venne rilasciato dall’amministrazione austriaca da pochi mesi al potere in Bergamo e porta la data del 29 agosto 1814, valevole per un anno.
Il Giambarini viene descritto nel documento di statura alta, capelli castani, mento ovale, colorito pallido. Lo accompagnavano i signori Giovanni Varisco di 47 anni, Maria Varisca di 45 anni e la loro figlia di 25 anni. Il passaporto venne rilasciato in nome dell’imperatore e re Francesco I per le mani del consigliere delegato Marcantonio Mosconi degli ambienti della Polizia generale.
È sicuramente uno dei primi documenti ufficiali del Governo austriaco dopo la caduta dei francesi.
L’arciprete Antonio Ubiali, ottenuta l’investiture del beneficio parrocchiale di Lallio (1855) vi rinunciò prima di prenderne possesso e rimase a Calolzio dove era prima.
Federigo Motterlini da Gandino, iniziò a Lallio il so ministero di parroco nel 1856. Era un buon letterato, professore di umane discipline in vari collegi e fu apprezzato nell’arte oratoria. Aveva già retto la parrocchia di s. Paolo in Valle S :martino. A Lallio la sua salute fu abbastanza cagionevole; istituì un legato per promuovere la predicazione delle "missioni" ogni dieci anni. Morì il 17 settembre 18070. Esiste un suo ritratto in sacrestia.
Pietro Rota era nativo di Rota Fuori in Valle Imagna e divenne arciprete a Lallio l’11 gennaio 1871, trasferito dalla parrocchia di Brembilla dove era stato parroco per quindici anni. Condusse diuturne ricerche storiche nella stesura della cronotassi dei suoi predecessori e delle antiche origini di Lallio. Laureato in S. Teologia e in diritto Canonico dal pontefice Leone XIII e creato esaminatore prosinodale dal vescovo Guineani, scrisse varie opere. Riuscì a salvare al beneficio parrocchiale e alla chiesa di s. Bernardino le decime che il governo italiano voleva abolire. Mediante economia e sospensione dei legati raccolse denari per pagare i debiti lasciati dall’amministrazione dell’arciprete Motterlini. Restaurò s. Bernardino, rimise sul campanile le campane vendute e iniziò un fondo per la parrocchiale da ingrandire. Mandò alle stampe nel 1878 il libro Delle censure e Casi Riservati nella Diocesi di Bergamo e nel 1884 il libro Enchiridion Confessarii et Iudicis Ecclesiastici e vari opuscoli intorno alle Riserve Pontificie. Nel 1884 fece stampare Le Decime di Lallio. Compilò un prezioso registro anagrafico intitolato Stato d’Anime a partire dal I gennaio 1872 fino al 31 maggio 1888. Morì nel 1896 a Lallio dove gli fu dedicata una via precedentemente denominata Contrada Maggiore.
Pietro Palazzini nacque a Strozza il 19 marzo 1837. Parroco prima ad Ascensione, dove fabbricò la chiesa, dopo aver questuato molto essendo un paese povero, fu poi trasferito a Pedrengo, indi in Borgo Santa Caterina e di qui a Lallio nel 1896. Raccolse molte elemosine ed aumentò il capitale per l’ampliamento della chiesa parrocchiale. Offrì di sua tasca seimila lire a patto che entro sei anni s’iniziassero i lavori; in caso contrario, il capitale doveva essere versato nelle mani del vescovo.
Istituì le Quarantore eucaristiche e depositò alla Cassa ecclesiastica diecimila lire, frutto di risparmi. Portò delle migliorie alla casa parrocchiale. Morì il 25 maggio 1906 a Lallio.
Gli arcipreti del 1800 passarono il tempo di preparazione, celebrazione e conclusione affrettata del concilio Vaticano I senza mai stare con le mani in mano. Fedeli alla loro parrocchia e al loro ministero sacerdotale, affrontarono con intelligenza i problemi giuridici in difesa dei beni della comunità. L’arciprete P. Rota accolse nella sua parrocchia la nascente istituzione del beato Luigi Maria Palazzolo.
Considerando la storia di Lallio si incontra anche una testimonianza di come nei secoli passati un singolo cittadino concepisse la carità nei confronti dei più poveri e di quanto poco le istituzioni intervenissero; non sappiamo a quale epoca risalga; veniamo a conoscenza dell’iniziativa quando nel 1863 essa si interruppe.
In tempi molto antichi ("remotissima epoca saliente a più secoli" ci dice la nostra fonte) un personaggio dal probabile cognome di Farina istituì un legato, fondato sui terreni in vicinanza dell’abitato, affinché i poveri del paese ricevessero, a Natale prima e al Sabato Santo in tempi successivi, dei pani.
Tutto filò liscio fino al 1851 perché l’anno precedente il proprietario del terreno, certo Giuseppe Riva, morì e la proprietà venne smembrata fra tanti eredi. Nel 1863 il Municipio decise di agire in giudizio contro di essi per assicurare il mantenimento dell’iniziativa. Non sappiamo come sia andata a finire, pensiamo senza successo perché non se n’è più parlato negli ani seguenti.
Il Comune da parte sua non si preoccupò, in questa particolare situazione, di sostituirsi al privato; più in generale possiamo dire che l’ente locale, né lo stato in questo periodo si adoperarono di intervenire per rimuovere o almeno lenire le situazioni di disagio.
Quando si pensa ai paesi dell’Ottocento si immaginano strade selciate, graziose ma povere case, stalle, cascine, campi coltivati all’intorno, tanta vegetazione, la chiesetta e … l’immancabile fontana per dissetare persone e animali. Anche a Lallio – si suppone, ma è ovvio – sono sempre esistite delle fontane, ma non abbiamo trovato documentazione su questo aspetto molto particolare; tuttavia qualche notizia l’abbiamo considerando il problema dell’uso delle acque delle rogge che intersecano questa zona della pianura bergamasca. Già in precedenti periodi abbiamo trovato controversie e negozi intorno a questo uso; nel XIX secolo diversi atti vennero stipulati dalle amministrazioni comunali di Bergamo e di Lallio; nel 1824, nel 1836, nel 1838 furono firmate delle convenzioni: abbiamo ritrovato solo quella del 16 maggio 1838 secondo la quale la Congregazione della città di Bergamo concedette alla Deputazione comunale di Lallio l’uso dell’acqua della roggia Verdellina per tre abbeveratoi e due lavandai contro un canone annuo perpetuo di £ 2,98. Nel 1978 l’importo venne fissato in £ 30 e l’acqua era destinata ad animare una fontana. Questa è l’unica esistente in paese in quel periodo, era stata progettata nel 1854 con forme molto eleganti, si trovava nella piazza comunale di fronte alla chiesa parrocchiale dell’epoca, appoggiata al muro orientato ad est della casa colonica di un certo Caroli; l’acqua era filtrata da quattro pozzi di ghiaia e carboni.
Non sappiamo quanto rimase in esercizio il manufatto. Nel 1905 si parlò di riattivarlo, ma l’idea venne bocciata e si decise di costruirne uno nuovo da un’altra parte del paese. Nel 1911 venne deliberato di attivare due fontanelle e di disdire l’2antico diritto per derivazione d’acqua dalla roggia Verdellina". Nel frattempo anche l’acqua attinta dalle rogge non era ritenuta adeguata per lo sviluppo del paese e l’amministrazione comunale si era già orientata alla costruzione di una conduttura d’acqua: nel 1887 essa assunse infatti un mutuo di £ 6.000 per l’introduzione dell’acqua potabile presso la Cassa Depositi e Prestiti (accettato nel 1889) e stipula una convenzione con la società Centrale delle Acque di Bergamo per la costruzione dell’impianto in consorzio con Curnasco, Grumello, Sforzatici e Treviolo.
Nel 1922, quando si costruì la nuova chiesa il parroco di allora chiesa al comune il permesso di demolire il "fontanone in fondo alla piazza" per procurare pietrame per costruire gli angoli della nuova sacrestia: "era da molti anni inservibile e non faceva che ingombrare: di più, era diventato il ripostiglio delle immondizie". E, commenta: "Così anche il Comune che per la chiesa nuova non ha mai potuto dare aiuti, contribuisce con parecchi quintali di ottime pietre".
Risolto il problema del nucleo centrale del paese (non abbiamo dati sul numero delle abitazioni effettivamente allacciate) sorse il problema della frazione Vailetta. Nel gennaio 1900 la proprietà di tutto il complesso, la congregazione di Carità di Bergamo, inoltrò al comune una domanda tesa ad ottenere l’allacciamento all’acquedotto di Bergamo, ma la risposta fu negativa proprio perché la cascina aveva un proprietario cui spettava l’onere della spesa. Nel settembre dello stesso anno il comune offrì un contributo annuo di £ 25 per il pagamento di parte del canone (£ 1.200) di cui opra, ma la Congregazione nell’ottobre rispose di non avere i fondi per assumersi l’onere della spesa. Nel 1901 il Municipio erogò un contributo per la costruzione di una fontanella in questa frazione, forse una soluzione di ripiego alla mancanza dell’acquedotto.
Non era intenzione del beato Luigi Palazzolo ( + 1886) inviare le Suore a Lallio, ma piuttosto i fratelli della Sacra famiglia, poi le cose andarono diversamente.
Si legge in un registro parrocchiale di una certa famiglia Villa, abitante a Lallio e trasferitasi nel 1873 a Torre Bordone, nella loro casa "vennero collocati gli Orfani della Sacra Famiglia diretti dal rev.do d. Luigi Palazzolo di Bergamo".
È interessante scorrere l’episodio del beato Fondatore a riguardo degli inizi dell’opera a Lallio: 28 lettere sono indirizzate a Giovanni Tribia nel breve periodo (1875 – 76) da lui trascorso a Lallio; il beato Palazzolo si rivolse al suo collaboratore con l’espressione "Caro Fra Giovanni". Il carteggio con i Fratelli abbracciò il decennio 1875 – 1885; però e religiose erano abbastanza assidue a Lallio fin dagli inizi come appare in questo breve scritto inviato al Tibia: "Ti mando le due Monache perché abbiano a lavare le cose necessarie e rivedere le stanze e pensare a quello che abbisogna (Bergamo, 16/110/1875).
Ascoltiamo ora come viene raccontata l’apertura della Casa di Lallio, la sera del 27 luglio 1873 da uno dei protagonisti, cioè frate Giuliano Parietti, nella deposizione del processo informativo per la beatificazione del Palazzolo: "Partimmo (il Palazzolo con fra Battista Leidi, fra Giuliano e quattro orfanelli) da Torre bordone con un carro, sul quale erano due vitelle seguite da una mucca, e pagliericci vuoti per noi e un pentolino. Lungo il viaggio fummo colti dalla pioggia e là giunti alla sera dovemmo accontentarci tutti un po’ di polenta e formaggio e passare la notte sulla paglia bagnata, come fece anche il Palazzolo, il quale peraltro passò la notte in preghiera, in una stanza dalle cui travi si vedeva il cielo sereno. La mattina dopo celebrò la Messa nella piccola cappella improvvisata, benedisse la casa e quindi ritornò a Bergamo con il Leidi, lasciando me con gli orfanelli".
La presenza delle Suore del beato Luigi Palazzolo sostituì definitivamente quella dei Fratelli della Sacra famiglia. La nascita della Congregazione delle Suore delle Poverelle risale alla data del 22 maggio 1869; prima ed unica religiosa fu allora Teresa Gabrieli, seguita poi nel novembre dello stesso anno da Giuliana Broletti, mentre la sorella Caterina entrò circa un anno dopo, l’8 ottobre 1870. Proprio queste due sorelle bergamasche, entrando nel nuovo istituto, avevano portato in dote una casa colonica, con adiacente un terreno di 44 pertiche, situata a Lallio. "La casa era poverissima e mal messa, tanto che per tenere il santissimo non si trovò luogo più adatto che una stalla".
Era necessario fin dall’inizio che qualcuno provvedesse alla cucina, alla necessaria pulizia e all’ordine della casa: affidare il tutto ad una donna estranea non era il caso. Pertanto, dietro consiglio del suo direttore spirituale, d’accordo con la madre Gabrieli, otto giorni dopo la fondazione di Lallio vi mandò suor Maria Flutti, non però stabilmente, mentre a seconda dell’opportunità, veniva sostituita ora da una, ora da un’altra suora; così il beato Palazzolo stava più sicuro.
Il vescovo di Bergamo Pier Luigi Speranza nel giugno del 1876 consigliò di disporre per Lallio una suora che facesse da superiora, perciò fu destinata suor Assunta Gabrieli. Gli orfani più piccoli rimasero nella casa di Lallio fino al 1968 quando, per venire incontro alle nuove esigenze pedagogiche ed ambientali, si trovò opportuno riunirli agli altri nella casa di Torre Bordone, meglio attrezzata e più rispondente allo scopo.
La comunità delle Suore Poverelle allargarono l’ambito del loro servizio: infatti, oltre all’accoglienza degli orfani, nel 1916, esattamente il 5 giugno, due suore prestarono la loro opera nella scuola materna dei comuni riuniti di Grumello e Lallio. La cronaca della casa registra: " … Oggi vennero colà [a Grumello del Piano] condotte le Suore a ciò destinate e cioè suor Renata Morlacchi e suor Teodora Moretti, dipendenti dalla casa a Lallio".
Il I maggio 1923 venne poi aperta a Lallio la scuola materna; stralciamo dalla cronaca: "Oggi per cura della locale Congregazione di carità, due delle nostre suore assunsero il funzionamento del nuovo asilo di Lallio, essendosi fino ad ora i bambini del paese uniti a quelli di Grumello del Piano. Venne stipulata la convenzione d’uso e le Suore addette all’asilo rimangono unite a quelle della casa di Lallio".
Nel 1973 si celebrò il centenario della presenza del beato Luigi Palazzolo a Lallio, In una sua qualificata riflessione p. Sisto Caccia ebbe a dire: "Ecco. Celebrando questo centenario noi vogliamo ringraziare il Palazzolo e le sue suore, mettere in evidenza una presenza piena di Spirito e avvicinarci al dono che Dio ci ha fatto".
Il paese di Lallio a quella stessa data aveva arricchito l’Istituto con diciotto suore delle quali dieci erano già morte nella pace del Signore: Giuseppa Borlotti – sr. Giuseppa (1860 – 1923), Giovanna Domenghini – sr. Clotilde (1874 – 1931), Caterina Maffioletti – sr. Orsolo (1883 – 1967), Ancilla Mascheretti – sr. Prisca (1883 – 1953), Mari Bertuletti – sr. Liberata (1884 – 1914), Carola Maffioletti – sr. Lucina (1892 – 1970), Ester Giuleppi – sr. Evarista (1895 – 1973), Rosa Maffioletti – sr. Amedea (1899 – 1966), Alessandra Borlotti – sr. Floriana (1903 – 1969), Giuseppina Rocchetti- sr. Margherita (1913 – 1937). Le suore viventi erano in quell’anno otto e vengono qui riportate in ordine di anzianità: Anna Elvira Bertulessi – sr. Emilia (n. 1896), Ester Maffioletti – sr. Carlotta(n. 100), Emilia Maggioni – sr. Biancarosa (n. 1923), Giovanna Caroli – sr. Secondina (n. 1920), Ines Invernici – sr. Severa (n. 1926), Luigina Agazzi – sr. Gianclara (n. 1924), Rosa Maria Frigni – sr. Saba (n. 1929), Giovanna Bertuletti – sr. Germana (n. 1944).
La vita religiosa a Lallio fiorì anche in favore di istituti maschili: Scalabriniani, Cappuccini, Devoniani, Monfortani. P. Sisto Caccia, nativo di Lallio, coprì la carica di Superiore generale degli Scalabriniani e ora s’interessa, come postulatore, della causa di beatificazione del fondatore mons. Giovanni Battista Scalabrini (1839 – 1905).
IL MOVIMENTO SOCIALE CATTOLICO A LALLIO
Negli ultimi decenni dell’800 in Italia si ha la diffusione, da un lato, del movimento socialista, dall’altro di un analogo movimento di pensiero e di azione in campo cattolico. Nel primo ambito si passò da una iniziale fase dominata dal carattere anarchico e libertario (con la fondazione nel 1872 della Federazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori e con l’organizzazione di alcuni moti) ad una seconda fase denotata da un’organizzazione stabile, da un’azione lenta e da finalità operaistiche (con la nascita del Partito socialista rivoluzionario delle Romane nel 1882, del partito operaio italiano nel 1883) e infine ad una terza denominata da una coscienza politica precisa (con la fondazione del Partito dei lavoratori di F. Turati nel 1892, divenuto Partito socialista l’anno dopo e con la Camera del lavoro di Milano del 1891).
Per quanto concerne la storia di Lallio interessa invece la storia del movimento cattolica, sorto negli anni ’70 con diverse società miste, composte cioè di padroni e operai, a direzione confessionale, nella convinzione che la questione operaia potesse essere risolta rivivendo lo spirito cristiano da entrambi le parti che per i socialisti al contrario dovevano scontrarsi nella lotta di classe.
Si passò anche per i cattolici a una seconda fase più attiva, dominata dall’Opera dei Congressi, la cui seconda sezione era dedicata ai problemi economici e sociali. Si affiancarono alle società operai ‘miste’ casse rurali, cooperative di consumo, società di mutuo soccorso a base soprattutto parrocchiale; trassero beneficio i contadini, soprattutto nelle campagne del Piemonte, della Lombardia, del Veneto e, più tarsi, della Sicilia. Queste istituzioni avevano lo scopo di aiutare i contadini e gli operai attraverso il prestito in denaro a basso tasso, il prestito di sementi, l’acquisto di terre in cooperativa, le affittanze collettive, la formazione umana e culturale; sinteticamente a resistere in un periodo di capitalismo trionfante. Una tappa importante fu l’enciclica Rerum Novarum del 1891 che, schierandosi sia contro il capitalismo sfruttatore che contro il marxismo ateo e negatore della proprietà privata, propose la c. d. "terza via" cattolica.
Bergamo fu in prima linea all’interno del movimento cattolico attraverso la costituzione di diverse iniziative: molte casse rurali, la banca Piccoli Credito Bergamasco (1891) – a carattere cooperativistico -, l’Unione diocesana delle Società operaie cattoliche (1887) – allo scopo di realizzare un effettivo coordinamento organizzativo e gestionale delle associazioni di mutuo soccorso nel frattempo sorte -, il Segretariato del Popolo (1896) ("per gli operai, al loro servizio e beneficio per provvedere in modo efficace alla causa dei lavoratori"), il quotidiano L’Eco di Bergamo (1880), i periodici Il Campanone (1885) e Pro Famiglia (1900), varie scuole popolari – nel 1896 ne esistevano ventidue – e molte altre iniziative sia nel settore agricolo (società di assicurazione del bestiame, contro i danni della grandine e dell’incendio, il Panificio bergamasco – per far abbassare il prezzo e migliorarne la qualità – la latteria sociale dell’Isola) e altre a carattere socio – assistenziale (l’Opera delle cucine economiche, presente in diversi paesi); infine sorse l’Ufficio del Lavoro (1906) per dare impulso e coordinare l’attività delle unioni professionali e delle leghe di mestiere e di zona, l’istituto diocesano per le affittanze collettive (1907), la Scuola sociale cattolica(1910) che voleva costituire un centro di studi per approfondire e diffondere le direttive sociali.
Anche a Lallio fu fondata una Società operaia cattolica con mutuo soccorso nel 1887. "A Bergamo, già nel 1875 era stato fondato il Circolo operaio cattolico san Giuseppe con mutuo soccorso. In seguito si fondarono società cattoliche di mutuo soccorso nelle principali parrocchie della diocesi – generalmente la società si riteneva costituita quando contava almeno centocinquanta soci -; nelle minori si istituirono circoli parrocchiali di mutuo soccorso – aventi almeno venti soci -, collegati in società federative, alle quali in seguito aderivano anche i circoli che si andavano man mano formando nelle parrocchie della stessa zona. Si formarono così, a partire dal 1884, federazioni di circoli parrocchiali di mutuo soccorso nell’Isola, nelle vicarie di Grumello del Monte, di Verdello, di Lallio, di Borgo di Terzo, di Solto, due nella Valle Seriana, due nella Valle San martino, una nella Valle Calepino, nella Valle Imagna, nella Valle di Scalve. Si tentò di istituire una federazione di circoli di mutuo soccorso anche nell’alta Valle Brembama.
La federazione della vicaria di Lallio aveva sede a Treviolo, comprendeva, oltre che Treviolo e Lallio, anche Curnasco, Curno e, fino al 1901, Grumello del Piano. La società di Lallio comprendeva fino al 30 giugno 1897 15 soci, entrate per £ 940,3, uscite per " 596. L’assistente ecclesiastico era il parroco.
La vita dell’associazione incontrò varie difficoltà a partire dai moti di Milano del 1898 e la conseguente repressione che colpì indifferentemente organizzazioni socialiste e cattoliche; la società di Lallio trovò quali ostacoli maggiori alla propria attività l’emigrazione e la pigrizia da parte dei soci nei versamenti mensili, come risulta da un questionario inviato dall’Unione diocesana.
I versamenti consistevano in una tassa d’iscrizione e in quote mensili di diversa entità in base alle disponibilità dei soci stessi. Essi avevano diritto a ricevere in caso di malattia un sussidio mensile pari alla medesima quota maggiorata del 25% per un periodo di tre mesi, dopo la quale il contributo veniva dimezzato per altri 90 giorni. In caso di ricaduta riprendeva il sussidio solo dopo quindici giorni lavorativi. Nel caso di malattia cronica e invalidante o di vecchia veniva stabilito di volta in volta in diverso contributo, ma solo se il socio aveva versato quote per almeno dieci anni.
Gli appartenenti a queste associazioni erano tenuti a una condotta morale irreprensibile e al rispetto dei precetti della chiesa pena l’espulsione dopo ammonizione ed era inoltre negato il sussidio a chi si era procurato la malattia per imprudenza o immoralità.
Nel 1901 Lallio, insieme a tutta la bassa Bergamasca fu investita da un’ondata di scioperi per chiedere la revisione dei patti colonici diventati sempre più oppressivi, soprattutto nelle prestazioni gratuite e nelle regalie che i fittavoli dovevano dare ai padroni.
Abbiamo sopra visto che negli anni ’80 dell’800 il paese affrontò il problema della costruzione di un acquedotto, allacciato alla rete del capoluogo. Altri servizi pubblici erano già stati istituiti o furono successivamente attivati.
Il servizio postale non era assicurato a tutti i paesi dai vari governi che si sono succeduti il Lombardia. Anche il Regno d’Italia non fu in grado di arrivare in tutti i comuni con i propri corrieri. Il paese di Lallio provvide ad istituire un servizio postale rurale già nel 1864 in consorzio con Albegno, Curnasco, Grumello, Sforzatici e Treviolo.
L’elettrificazione del paese e la conseguente illuminazione pubblica – invece è del 1913 per mezzo della Società "La Prealpina", mentre la via per Bergamo fu illuminata nel 1928.
Il primo telefono venne installato nel 1905 a casa del rag. Carlo Zanchi (dal 1921 sindaco, l’ultimo prima del Fascismo): la prima cabina pubblica fu installata a Grumello per volontà dei due comuni; gli abitanti di Lallio non dovevano più recarsi a telefonare nel paese vicino (salvo i pochi fortunati che avevano in casa l’apparecchio!) solo nel 1939, quando l’impianto telefonico venne installato nel dopolavoro con il consorzio in spesa del Comune. Lo stesso municipio ebbe il suo apparecchio solo nel 1939, anche per le esigenze dell’organizzazione prebellica.
La chiesa parrocchiale di Lallio visibile ai giorni nostri, progettata dall’architetto Elia Fornoni in stile neo – lombardo, con grandiosa cupola – tiburio e vele nervate, ebbe inizio con la posa della prima pietra benedetta dal vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi il 26 settembre 1913.
L’avvenimento storico potrebbe costituire una valide radice della valorizzazione tradizionale delle "feste settembrine" vivacizzate a livello culturale e soprattutto religioso.
La nuova chiesa: don Canova (1906 – 1920)
Il 12 novembre 1906 arrivava a Lallio il nuovo arciprete don Luigi Canova di Castione della Presolana. Il problema del giorno era l’ampliamento della chiesa parrocchiale ormai insufficiente a contenere l’aumentata popolazione. L’arciprete "dopo varie perplessità e contraddizioni specie da parte dei signori proprietari del paese sul decidere tra l’ampliamento della vecchia chiesa parrocchiale, ovvero procedere all’erezione di una nuova, nell’anno 1913 aderì al consenso della popolazione di costruire la nuova". Fu scelto come ingegnere l’arch. Fornoni e come capomastro il sig. Giuseppe Drago di Zanica. I lavori procedettero con un fervore straordinario.
Il popolo si prestò per le fondamenta che si parvero si dovettero palificare, non essendo del tutto sicuro il terreno. ""La popolazione sempre guidata e incoraggiata dall’infaticabile Arciprete Canova, che non risparmiava sacrifici di alcun genere, continuò sempre l’opera sua indefessa e lodevolissima fino a che, per causa della guerra … si dovettero troncare i lavori già a buon punto, con gran malcontento dei parrocchiani, con vero dispiacere e rammarico dell’Arciprete". Intanto l’11 novembre 1915 moriva l’operaio Domenico Mologni, cadendo dall’impalcatura. Nel 1918, in seguito a colpo apoplettico, moriva don Giacomo Bertuletti, per 29 anni coadiutore di questa parrocchia e venerato come santo dalla popolazione. Il vescovo Marelli, fin dal principio del 1919, destinava a Lallio don Battista Armanni, pronipote dell’arciprete Canova, in qualità di vicario parrocchiale con tutte le facoltà per l buon servizio dei lavori della nuova chiesa.
Il I ottobre del 1919, benché contraddetto da alcuni proprietari, il Canova fece riprendere i lavori. Don Armanni organizzò la commissione principale della chiesa nuova formata da alcuni proprietari. "Riorganizzato venne pure tutto il paese con a capo altra Commissione secondaria consistente in membri scelti fra i capofamiglia, fra gli operai, fra le madri di famiglia e fra le operaie, con l’incarico di raccogliere le offerte in denaro e dei raccolti furono oltre ogni aspettativa generose, senza che alcuno si accorgesse dei sacrifici; tant’era la buona volontà di questa popolazione, pronta a far condotta gratis per provvista e trasporto di materiale. Dal 10 ottobre 1919 al giugno 1921 vennero compiuti i seguenti lavori ad economia: terminato il Coro e il Presbiterio; fornito i tetti di ardesie acquistate dalla cava fra Branzi e Carona e di canali e tubi zincati; terminata la facciata; le cappelle della navata elle donne terminate; fatta la volta del coro e Presbiterio da uno specialista milanese, avviate le sagrestie e il passaggio dietro il coro, ecc. Tutto questo lavoro venne effettuato in questo periodo di tempo, mentre si stette sempre in aspettativa che maturasse il disegno della cupola ostacolato principalmente dalla crisi del materiale". Frattanto però, il 28 dicembre 1921 diventava economo spirituale il curato don Battista Armanni.
Solenne inaugurazione: don Dolci (1921 – 1928)
A fine febbraio 1921, veniva nominato arciprete don Pietro dolci, di Costa Serina, che il 10 luglio dello stesso anno prendeva possesso della parrocchia. Proveniva da Ad rara S. Martino, dove aveva pubblicato un aprrezzatissimo libro di pietà per le mamme (La Madre Cristiana). Egli affrontò la situazione con coraggio e lavorò indefessamente per risolvere i problemi della cupola, del campanile, della sagrestia, della rifinitura generale della chiesa e … dei debiti, senza tralasciare l’attuazione di una precisa linea pastorale, come risulta dalle pagine da lui scritte nel ‘Cronicon’. Riunioni, progetti, lavori per portare a termine la costruzione si succedettero febbrilmente e si mescolarono a domande di soldi o di mutui, a promesse e a … delusioni. L’11 maggio 1922 don Dolci fece porre, sopra la porta maggiore, la seguente epigrafe: "Essendo stata distrutta la precedente Chiesa Plebana, perché piccola e in cattivo stato, venne edificato questo tempio dalle fondamenta, durante gli anni dal 1913 al 1923, con i soldi e col lavoro del popolo mentre infuriavano largamente le guerre".
Con quanto fervore si lavorasse, lo testimonia il ‘Cronicon’ di don Dolci.
Anno 1922: il 12 luglio, dopo un mese di sciopero dei muratori, iniziarono i lavori per il ponteggio della facciata, la cui esecuzione fu affidata ai fratelli Capoferri di Bergamo. Il 10 agosto si incominciò il ponteggio della cupola: il 30 iniziò la muratura della sagrestia. Il 9 novembre si collocò la croce sull’alto della facciata: il 15 nella nicchia sulla facciata fu collocata la statua della Madonna del Patrocinio, disegnata dall’ing. Forconi, modellata dallo scultore Giovanni Avogadri, eseguita da Pietro Capoferri, decoratore in cemento. Il 12 dicembre si coprì la sagrestia nuova a est e si iniziò quella a ovest.
Anno 1923: il 10 marzo iniziò lo scavo per il nuovo campanile, su disegno di Brozzoni di Costa Serina. Il 14 aprile fu trasportato l’altare maggiore dalla chiesa vecchia alla chiesa nuova. Il 10 maggio iniziò la costruzione del campanile nuovo. Il 25 luglio si finì di ‘gettare’ il cornicione della cupola e in ottobre la copertura in ardesie e la stabilitura esterna. Il 27 ottobre si collocò la croce sulla sommità del campanile: è quello che dominava sulla sommità della facciata della chiesa vecchia, fatte alcune modifiche, e il 17 novembre si trasportavano le campane dal vecchio campanile a quello nuovo. Il 15 novembre furono poste le seguenti iscrizioni sui cartigli dei leoni che ornano i lati della facciata che ornano i lati della facciata: aedificatio laborem – dedicatio laetitiam ("l’edificazione [comporta] fatica – la dedicazione gioia"). Il 20 novembre venne sistemato il vecchio mobilio nella nuova sagrestia.
Anno 1924 – Nel mese di gennaio vengono rimossi dalla Chiesa e sistemati in quella nuova, gli altari di s. Giuseppe, del Rosario e dell’Addolorata. Il 4 febbraio si iniziò la pavimentazione della cappelle minori: il 21 febbraio è finito il pavimento del presbiterio. Il 5 febbraio l’organaro iniziò la collocazione dell’organo. Il 5 marzo, il pittore Pasquale Arzuffi di Zanica dipinse, nell’anello della cupola, una gloria di angeli col Padre Eterno; il 7 gli Zappettini dipinsero costoni della cupola. Il 12 marzo anche l’altare di s. Anna fu finito. Il 4 aprile vennero collocate quattro statue nelle nicchie della cupola, raffiguranti s. Bartolomeo, s. Stefano, s. Margherita da Cortona penitente (confusa per errore con quella Margherita vergine e martire, cui era dedicata la chiesina della Vailetta), s. Bernardino. Ormai don Dolci si è "ridotto al secco"; ma finalmente, dopo una serie di ritardi e rinvii ecco il giorno tanto desiderato; martedì 27 maggio, a sera, arrivò il vescovo Luigi M. Marelli, incontrato al confine del paese dalla popolazione. Mercoledì 28, alle ore 7.30, consacrò la chiesa e l’altare con le reliquie dei ss. Alessandro e Pio; alle ore 11,30, l’Arciprete cantò Messa solenne; a sera ci fu il trasporto, in processione, del Ss. Sacramento dalla chiesa di s. Bernardino alla nuova chiesa. Giovedì 29, festa dell’Ascensione, cantò Messa solenne mons. Davide Re, alle ore 14, Cresima e poi li discorso del vescovo, a sera ci fu una solenne processione.
Una lapide fu collocata in fondo alla chiesa, a perenne ricordo. La chiesa era finita; nonostante alcuni difetti (sproporzionata alla popolazione, cupola e campanile troppo bassi), la soddisfazione era generale. Don Dolci provvide anche alle ultime rifiniture e, per quanto possibile, ad arredarla. L’11 giugno dello stesso anno fece trasportare l’altare del crocifisso da s. Bernardino alla nuova chiesa; il 27 luglio benedisse la nuova statua di s. Anna, opera della ditta Ruggaldier di Gardena Tirolo. Il 26 giugno aveva fatto anche iniziare la demolizione della chiesa vecchia.
L’8 marzo 1925 inaugurò i quadri della Via Crucis opera di don Luigi Ferri di Bergamo (le cornici furono eseguito dalla Scuola professionale dell’istituto Palazzolo di Torre Bordone: le diciture invece sono penna dello stesso don Dolci).
Il 13 aprile comperò una nuova statua della Madonna del Rosario, opera ancora della Ditta Ruggaldier; il 12 novembre gli fu regalata la statua di s. Antonio da Padova, opera della medesima ditta e il 25 dello stesso mese quella del s. Cuore, pera di G. Avogadri di Bergamo. Fece anche sistemare le balaustre agli altari del s. Cuore e del crocifisso, per impedire agli uomini di incantucciarvisi; fece riparare l’organo e sistemare il coro, fece porre sopra il Battistero uno dei primi lavori del pittore Spinelli, raffigurante il Battesimo di Gesù. Fece anche sistemare il tetto e la "cupola della disperazione" (come egli la chiamava perché vi penetrava acqua) cambiando la copertura in ardesie con quella in marsigliesi.
Il 14 agosto 1928 veniva promosso canonico penitenziere nella cattedrale di Bergamo.
Inizio dell’oratorio: don Scuri (1928 – 1935)
Il 12 settembre veniva ordinato arciprete di Lallio don Carlo Scuri, di Urgnano, il quale prendeva possesso della parrocchia il I aprile 1929, dopo essere rimasto per 18 anni a Pignolo in Bergamo, in qualità di coadiutore. Egli trovò la chiesa ultimata, ma sprovvista di bussola che fece sistemare il 6 marzo 1929, su disegno e opera di Pietro Brozzoni. Il 18 ottobre benediceva la statua di s. Teresina del Bambin Gesù, opera della Ditta Plinio Frigo di Vicenza e dono di Nina Santi, Giuseppina mantici e Lucia Bono. Il 28 gennaio 1932 commissionò allo stuccatore Giuseppe Locatelli le due cornici nel coro, ai lati dei quadri della Deposizione e di s. Giuseppe. Il 18 marzo inaugurò la nuova statua dell’Addolorata, opera della ditta Plinio Frigo.
Durante gli anni della sua permanenza a Lallio organizzò e coltivò l’Azione Cattolica e tenne la carica di assistente diocesano del Gruppo donne di Azione Cattolica.
Nel 1935, per la generosità delle levatrici Giuseppina Mantici e Lucia Bono, iniziò la costruzione dell’Oratorio maschile; ma la morte lo colse il 22 maggio 1935, troncando la realizzazione di quell’opera che con tanto fervore aveva iniziato.
L’arciprete buono: don Pagnoncelli (1935 – 1962)
Il 14 agosto 1935 venne nominato arciprete don Carlo Pagnoncelli che fece il suo ingresso in parrocchia il 6 ottobre 1935.
Egli trovò il problema finanziario oneroso da affrontare: i debiti per la costruzione della nuova chiesa, gravavano sulla popolazione da dodici anni e ammontavano a £ 173.047,60. Inoltre si doveva finire l’Oratorio, di cui alla morte di don Scuri, erano stati edificati i muri maestri e la copertura del tetto. Don Pagnoncelli terminò la costruzione, con una spesa di £ 81.564 nel 1937 e il 25 e 26 dicembre, alla presenza del vescovo Bernareggi, si festeggiò l’inaugurazione. Dopo aver fatto riparare l’organo nel 1936 e approntato nel 1944 il nuovo altare maggiore della chiesa di s. Bernardino, nel settembre dello stesso anno, con la comunità parrocchiale, cantò il Te Deum di ringraziamento per l’estinzione di tutti i debiti contratti per la costruzione della chiesa parrocchiale.
Risolti così i due problemi più urgenti, poté realizzare alcune altre opere a beneficio della chiesa. Il 22 e 23 settembre inaugurò il nuovo altare dedicato al s. Cuore, pagato interamente dai reduci della guerra in segno di ringraziamento: nel 1949 rammodernò la cappella dei Mortini e rifece completamente il tetto della cupola della chiesa parrocchiale; nel 1952 costruì la nuova abitazione del curato; nel 1953 riparò il tetto della chiesa e il campanile di s. Bernardino e collocò sui campanili della parrocchiale e di s. Bernardino le nuove campane. Nel 1959 realizzò il nuovo sagrato e rifece completamente il pavimento e il soffitto della sagrestia. Nel 1960 rifece l’impianto luce in chiesa. Nel 1962, dopo aver celebrato il suo 50° di sacerdozio, il 28 ottobre, alle ore 1, morì. Di lui è rimasto il ricordo dell’"Arciprete buono".
Nel periodo dal 1953 al 1962 il coadiutore don Giovanni Sarzilla prestò il suo servizio sacerdotale tra i giovani di Lallio e abbellì con il suo talento di ottimo pittore una parete e il soffitto della sagrestia con la tecnica della tempera forte. In seguito pitturò un pregevole quadro a olio con il ritratto di don Pagnoncelli e un altro ancora più ampio con il ritratto artistico di don Bellini; le due opere sono esposte nella medesima sacrestia della chiesa parrocchiale.
La chiesa parrocchiale di Lallio, progettata dall’arch. Elia Forconi e portata a compimento dal figlio Dante, contiene preziosi ricordi del passato già ornamento della precedente costruzione seicentesca: altari in marmo, statue di pregevole fattura e quadri d’autore, la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II ha sollecitato dei cambiamenti strutturali del presbiterio con la collocazione di un gigantesco Crocifisso, opera di scultura in legno e con la posa del nuovo altare in marmo bianco, un blocco monolitico interamente scolpito, situato in modo da permettere al sacerdote di celebrare i santi misteri eucaristici rivolto verso l’assemblea dei fedeli.
La storia di un paese come Lallio fluisce senza scossoni; avvenimenti che vanno ben al di là dei confini della penisola italiana sembrano non arrivare a pochi chilometri da Bergamo; abbiamo avuto modo di constatare questo fatto altre volte nel corso della presente trattazione. Perché questo? A nostro parere per due motivi. Innanzitutto è vero che gli avvenimenti cruciali della storia non toccano la gente comune se non indirettamente; ma è anche vero che nella nostra ricerca storica ci siamo imbattuti in una scarsità notevole di fonti. È il caso, per esempio, di come sia stata vissuta la prima guerra mondiale a Lallio; non abbiamo trovato alcuna informazione negli archivi pubblici, né appunti privati; abbiamo solo un elenco di caduti e basta. È il caso della dittatura fascista, della quale abbiamo solo gli atti amministrativi conservati nell’Archivio comunale e che, ad onor del vero, non differiscono molto da quelli degli altri periodi.
Per fortuna esistono le riflessioni di due parroci, Pietro Dolci (1921 – 1928) e Carlo Scuri (1928 – 1935), che vissero il ‘ventennio’ a Lallio. Si tratta di due posizioni personali, non confrontate con altre fonti; tuttavia, considerata anche l’influenza che il clero aveva allora sulle coscienze, si tratta di una documentazione interessante, soprattutto per quel che riguarda il rapporto fra parrocchia di Lallio e Fascismo. La storia ufficiale di questo movimento incomincia a Lallio il 23 dicembre del 1923, quando, in un locale del comune, gentilmente concesso, si tenne una riunione per trattare la costituzione di una sezione del Fascio; il Dolci commentò, con il tono smaliziato di chi ne aveva viste tante (il primo dopoguerra fu molto agitato in tutta Europa!): "Venga anche quella! Basta che sia elemento d’ordine: è di questo che s’ha bisogno". Si arrivò alla costituzione della sezione e sorse subito un problema! I locali fascisti chiesero la celebrazione di una funzione religiosa per solennizzare l’avvenimento, ma ciò era stato vietato dall’autorità ecclesiastica, poi il Dolci arrivò a un compromesso: la benedizione del vessillo fu tenuta sul sagrato della chiesa; la cerimonia riscosse la sua piena soddisfazione.
Un episodio curioso ci documenta ulteriormente riguardo ai rapporti fra parrocchia e regime. IL 12 agosto 1923 tre lalliesi furono fermati dai carabinieri a Stezzano mentre stavano vendendo biglietti per una lotteria a favore della costruzione della nuova chiesa; fu steso un verbale per mancata autorizzazione da parte dell’amministrazione delle finanze e per reati fiscali. Seguirono quattro mesi dopo le contravvenzioni, a carico del parroco quale mandante di £ 1450 e ai due incaricati di £ 300 cadauno, il sequestro di £ 661 già incassate per la vendita dei biglietti e del cavallo, dal valore stimato di £ 3000. L’arciprete si rivolse prima ai locali fascisti per annullare il sanzioni, poi alla Federazione di Bergamo, infine al sottosegretario agli Interni Suardo per il tramite dell’on. Mazza de’ Piccioli. Riuscì ad ottenere il condono delle contravvenzioni, ma non riuscì ad annullare il sequestro, per cui il cavallo andò all’asta due anni dopo: "il donatore finì a mantenerlo gratis per quasi due anni" commentò il Dolci. I fascisti laccai i lamentarono del fatto che, quando fu informata dal pulpito la popolazione che le multe erano state condonate, non fu fatto cenno del loro intervento a favore; la risposta fu che essi non ebbero alcun merito e che i fascisti di Bergamo erano già stati pubblicamente ringraziati.
Tuttavia i rapporti fra parrocchia e partito si mantennero buoni, infatti nell’ottobre dello stesso anno il parroco fu nominato presidente del Comitato per la Battaglia del grano.
L’ultima amministrazione comunale democratica (sindaco era Carlo Zanchi dal 1921) cadde nel 1926 per le mene della sezione locale del Fascio; i motivi furono molteplici, sempre il Dolci commenta: "Da tempo qui le cose andavano zoppicando. Il Sindaco rag. Zanchi e per ragioni di professione e, da un anno, per ragioni di salute, dovette stare assente; l’Assessore rag. Pesenti, l’unico che avrebbe potuto rappresentarlo, per diversità di vedute, è da tempo dimissionario; gli altri della Giunta, buona gente, ma non alla portata; debiti non indifferenti che si trascinano; le tasse comunali imposte senza criterio; opere pubbliche che si impongono (sistemazione area vecchia chiesa, strade impraticabili, cimitero nuovo) … uno stato di cose insomma che determinò il consiglio a dare le dimissioni. Tale determinazione però, a dire il vero, fu lavorata e voluta dal locale Fascio con una fretta un po’ intempestiva, senza forse pensare che un certo riguardo per il Sindaco, benemerito è per la Chiesa e per il Comune e per l’Asilo, ci voleva. Interrogato feci capire al cosa al Segretario politico …, ma era troppo tardi. Dopo un mese di aspetto, perché nessuno voleva accettare di essere Commissario d’una Amministrazione in disordine, venne il commissario nella persona del rag. Goisis che non mancò di fare la visita all’Autorità ecclesiastica. Ciò che indispettì l’arciprete non fu la crisi amministrativa, da lui – come visto – giustificata, quanto il motivo di non essere stato interpellato. Tuttavia i rapporti con il commissario prefettizio furono buoni, infatti, quando egli fu nominato podestà, il dolci gli invitò il seguente indirizzo di saluto: "LA sua giovane età piena di energia, la sua instancabile e disinteressata operosità, i suoi sentimenti cristiani assicurano che rialzerà la sorte di questo paese che ne ha tanto bisogno. Nella mia sfera d’azione cercherò di aiutarla e così le due autorità debitamente coordinate approderanno al bene sociale e religioso". Al podestà Goisis successe nel 1931 Giacomo Pedrinelli, fattore di casa Pesenti e già commissario del Fascio: "speriamo sia uomo d’ordine!" fu il commento del nostro.
I rapporti fra Chiesa e Stato si incrinarono in seguito allo scioglimento dell’Azione Cattolica voluta dal governo di Mussolini nel 1931, contro lo spirito e la lettera del Concordato stipulato appena due anni prima. A Lallio "si presentò il maresciallo dei Rr. Cc. Ad intimarlo diffidando i presidenti e portandosi via le bandiere e i registri. Nessun commento qui si fa …". In conseguenza il papa proibì tutte le processioni del Corpus Domini e in loro vece furono ordinate preghiere speciali. Il vescovo inviò una lettera al clero che fu letta pubblicamente anche a Lallio, si effettuò un’adorazione riparatrice. Nel luglio dello stesso anno fu promulgata una lettera enciclica sull’Azione cattolica. Tutto si risolse il 2 settembre 1931, inaspettatamente, almeno a Lallio, con un rinnovato accordo fra la Santa Sede e il Governo fascista.
CONFLITTI MONDIALI E RIPRESA POLITICA
All’inizio del primo conflitto mondiale gli abitanti di Lallio erano 807 secondo i dati dell’Archivio comunale e nel 1939 superavano per la prima volta il mille ed erano esattamente 1028, per ritornare al di sotto (894) alla fine della seconda guerra mondiale.
L’Europa ha conosciuto nella prima metà del XX secolo una tragica realtà:la guerra del 1914 – 18 falciava il fior fiore della gioventù e i bambini che nascevano in quegli anni erano destinati ad un’altra più tragica avventura nella seconda guerra mondiale. La situazione politica doveva necessariamente cambiare perché la monarchia su era dissolta nell’assolutismo fascista di Benito Mussolini e il popolo italiano, trascinato nella guerra, desiderava partecipare più democraticamente alle vicende dell’Italia.
Le due guerre mondiali hanno procurato alle famiglie di Lallio dei gravi dispiaceri per i loro figli caduti in combattimento, morti in prigionia o dispersi in Russia, in Albania e in altri paesi della terra. I reduci dell’ultimo conflitto mondiale furono ottantacinque ricordati all’altare del s. Cuore di Gesù con un quadro votivo ora conservato in sacrestia e datato al mese di settembre 1946.
Una lapide collocata a destra della facciata della chiesa parrocchiale riporta dieci nomi con rispettive fotografie. Viene qui trascritta la dicitura della memoria storica.
LALLIO
A PERENNE MEMORIA DEI PRODI SUOI FIGLI
CADUTI NELLA GUERRA DI REDENZIONE 1915 – 1918
CONSACRAVA IL 23 NOVEMBRE 1919
Pesenti dr. Marcello Candelù 15.06.1918 classe 1983
Esposito Francesco M. Zebio 06-07.1916 classe 1896
Cortinovis Giovanni M. Pasubio 10.09.1016 classe 1882
Agazzi Francesco Alpe Musella 01.04.1917 classe 1885
Cattaneo Alessandro M. Ortigara 10.06.1917 classe 1891
Marziali Giuseppe M. Grappa 24.10.1918 classe 1886
Morti in prigionia
Cuni Luigi Mauthausen 20.12.1917 classe 1882
Bertulessi Giovanni Hannover 03.11.1918 classe 1888
Cattaneo Luigi Moravia 1918 classe 1882
in servizio
Soru Angelo Osp. Mil. Cremona 10.05.1918 classe 1892
Una seconda lapide collocata a sinistra della facciata della chiesa parrocchiale riporta dodici nomi con rispettive fotografie.
Viene qui trascritta la dicitura della memoria storica notando che Lorenzi Giuseppe e Cavalli Giuseppe riportano il grado di cap. magg. ( = caporale maggiore) e Belotti Francesco è marinaio.
LALLIO
A PERENNE MEMORIA DEI SUOI PRODI FIGLI
CADUTI NELLA GUERRA 1940 – 1945
CONSACRAVA IL 4 NOVEMBRE 1951
Caduti
Lorenzi Giuseppe Russia 21.08.1942 classe 1919
Ambrosini Angelo Agrigento 29.09.1942 classe 1909
Benedetti Ernesto Germania 05.03.1944 classe 1924
Foresti Epifanio Russia 15.03.1943 classe 1921
Dispersi
Cavalli Giuseppe Africa Sett. classe 1915
Maggioni Guerino Albania classe 1915
Betelli Giuseppe Russia classe 1921
Caroli Angelo Russia classe 1921
Sorti Flaminio Albania classe 1914
Zanoli Giacomo Polonia classe 1923
Belotti Francesco Mare classe 1922
Agazzi Andrea Russia classe 1920
È molto più lunga e consolante la lista dei reduci registrati in un quadro votivo al s. Cuore di Gesù, scrittura su cartoncino recante la data del mese di settembre dell’anno 1946, ora si trova nella sacristia della chiesa parrocchiale. I nomi non sono in ordine alfabetico.
Nel periodo della seconda guerra mondiale a Lallio esisteva un campo di concentramento per i prigionieri sotto la responsabilità del colonnello Turco. Il caseggiato, isolato naturalmente dal corso d’acqua detto Oriolo e dominato da un’alta ciminiera in mattone rosso, era chiamato "La Centrale".
La gente del paese ricorda ancora che verso il 1920 l’edificio funzionava come fabbrica di bottoni. In tempo di guerra i prigionieri erano custoditi da soldati italiani e tedeschi. Qualche famiglia di Lallio, spinta dalla generale condizione di povertà, osava recarsi al campo di concentramento per chieder razioni di minestra, concesse dalla commiserazione di ufficiali benevoli come il tenente Savoldi di Brescia.
In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 ci fu un fuggi fuggi generale e alcuni giovani si rifugiarono presso famiglie contadine con grande rischio di essere ricercati come disertori. Un certo Salvatore Risolia, nativo di Cassano Jonio, lasciò la divisa militare e la sua mansione di sorvegliante dei prigionieri ormai dispersi e si nascose presso la famiglia Milesi di Curnasco e poi presso la famiglia Rota di Lallio; concluse felicemente la sua vicenda militare con un matrimonio in casa Rota.
La Centrale fu allora trasformata in fabbrica d’armo: i macchinari consistenti in torni per la lavorazione del metallo provenivano da Colleferro (Roma), il direttore si chiamava Galletti e il suo assistente Castagna. Venivano confezionate casse con cento munizioni per ciascuna cassa; si assumeva anche personale femminile per il grassaggio e la pulizia di torni e soprattutto per l’imballaggio dei proiettivi fabbricati.
La miseria aveva portato nel nostro paese un numeroso stuolo di pulci e cimici, vero tormento di giorno e di notte. La Centrale incominciò allora a produrre il famoso "D. D. T." che veniva spruzzato abbondantemente in tutte le case per sterminare i pericolosi parassiti.
In quei convulsi giorni che seguirono la liberazione non era chiaro quale fosse l’autorità costituita: il governo del re – mal visto da una parte della popolazione e troppo lontano in un momento in cui strade, ferrovie, linee telefoniche erano interrotte - i partigiani, l’esercito alleato? Era preferibile la forma istituzionale monarchica o repubblicana? Uno stato socialista o liberale? questi gli interrogativi degli italiani in un momento di grande entusiasmo e questi furono gli interrogativi dei lalliesi. Ma andiamo con ordine. Con l’arrivo dei liberatori i podestà, nominati dal vecchio governo e quindi espressione del fascismo, furono sostituiti con i sindaci, ricordo dell’Italia democratica precedente il ‘ventennio’. A Lallio amministrava prima del 25 aprile un commissario prefettizio, certo Nicola Fierro, che dopo la liberazione ritornò a lavorare in prefettura. I partigiani, ovvero il Comitato di liberazione nazionale (meglio noto come C. L. N.) di Grumello del Piano, nominarono il 29 aprile il primo sindaco della liberazione nella persona del rag. Alessandro Pesenti, d’anni 54, il quale verrà a sua volta nominato dal Regio Prefetto il 15 maggio. IL 30 aprile il neo – sindaco designerà quattro ‘cooperatori’, che costituirono la prima giunta municipale: Giovanni Betelli, d’anni 56, Federico Bresciani, d’anni 60, Emilio Marconi, d’anni 25, e Andrea Zanoli, d’anni 48.
Il quadro del paese non è dei migliori, ma nemmeno drammatico: non esistono case sinistrate, morti e feriti per incursioni non ce ne sono stati, i prigionieri incominciano a tornare, a settembre ne sono giunti dieci su trentacinque. Esistono dieci partigiani, comandati da Antonio Colombi, il responsabile del C. L. N. di Grumello del Piano e Ferdinando Maffeis, democristiano, di professione mezzadro. La popolazione, in tempi normali costituita da 880 persone, ammonta a circa 894 unità, con una ventina di sfollati, i profughi sono 10, consistenti 2 nuclei familiari con 3 bambini. Le famiglie numerose sono 13, delle quali 5 hanno 8 figli e 8 hanno 7 figli, i disoccupati sono 24, i poveri 227.
Un episodio di guerra: nell’agosto del 1944, in fondo alla proprietà Zanchi a Grumello furono interrate da parte di militari tedeschi delle cose. Alcuni coraggiosi qualche giorno dopo recuperarono due salme, inumate subito nel cimitero. Il 21 settembre 1945, su ordine del questore, furono riesumate e identificate in Giuseppe Sporchia e Arturo Turani.
E arrivò il 2 giugno del 1946, ovvero il giorno di nascita della Repubblica in quanto si votò per il referendum istituzionale che vide vincer l’opzione repubblicana contro quella monarchica e per le elezioni dell’assemblea costituente.
I risultati del referendum a Lallio furono i seguenti. Votarono in 434 su 471 elettori, pari al 92%, i voti a favore della repubblica furono 250 (63%), quelli monarchici 149 (37%), le schede nulle 8, quelle bianche 26, un voto contestato. I risultati delle elezioni furono i seguenti:
| Lista | Voti | % |
| Partito comunista | 23 | 6 |
| Partito d’azione | 24 | 6 |
| Partito repubblicano | 10 | 2 |
| Democrazia cristiana | 212 | 53 |
| Fronte dell’uomo qualunque | 7 | 2 |
| Partito dei reduci | 5 | 1 |
| Partito liberale italiano | 7 | 2 |
| Partito socialista | 112 | 28 |
| Schede bianche | 3 | |
| Schede nulle | 27 |
La conclusione di mezzo secolo consumato nelle guerre lasciava l’Italia nella più squallida miseria e molti furono costretti ad emigrare.
Il comune di Lallio, rappresentato nel 1902 dal rag. Luigi Pesenti, fu lla sua morte guidato dal rag. Enrico Galli dal 1907 al 1920; successivamente entrarono in azione nel 1921 il rag. Carlo Zanchi e nel 1926, come abbiamo visto, il commissario prefettizio e poi podestà Pietro Goisis. Nel 1931 diventò podestà Giacomo Pedrinelli e nel 1936 fu la volta di Carlo Camilletti. Negli anni 1944 – 45 troviamo il commissario prefettizio Nicola Fierro e in data 19 maggio 1945 viene nominato sindaco della liberazione il rag. Alessandro Pesenti, che morì due anni dopo, quando fu eletto Emilio Marconi.
La svolta politica del dopoguerra mise le premesse di una responsabilità più partecipata sia nelle decisioni positive per il bene comune sia quelle dichiaratamente negative, sfociate ai nostri giorni nel fenomeno delle tangenti nel contesto di un paese economicamente progredito.
OGGI, VERSO IL DUEMILA: GLI ULTIMI PARROCI
La storia dei nostri giorni diventa possibile solo nei suoi elementi cronologici: sarà compito delle nuove generazioni fissarne i fatti essenziali e farne degli apprezzamenti con maggiore obiettività. La materia risulta estesa ed abbraccia molti settori, da quello strettamente religioso a quello sociale, culturale, sportivo e ricreativo. In questi ultimi anni Lallio raggiunse in provincia e fuori un grado vasto di notorietà grazie al concittadino Angelo Domenghini, calciatore della squadra nazionale.
La lista dei missionari e delle missionarie meriterebbe una menzione a parte per il loro apostolato in Africa, in America Latina e in Europa. Il primo in ordine di tempo è stato p. Guerino Invernici, sacerdote novello dopo un lungo periodo di silenzio; non si ricorda a memoria d’uomo nessun prete nativo di Lallio prima di p. Giustino. La vocazione divina, assecondata dalla sua generosa risposta, l’ha portato in Brasile, dove ha trascorso lunghi anni di vita missionaria.
Don Angelo Domenghini, primo sacerdote diocesano degli ultimi tempi, corrispondendo alla sua vocazione sacerdotale, ha rallegrato la parrocchia e l’intera diocesi e continua a portare frutti nella chiesa di Gesù Cristo come primizia lalliese di presbitero diocesano. In questo settore delle vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie si nutre fiducia per l’avvenire, anche se in questo momento è amaro constatare la mancanza di giovani avviati verso questi obiettivi.
Pure il ricordo degli ultimi parroci corre il rischio di attenuare il valore della loro personalità e del loro apostolato, man on è il caso di concludere qui la storia di Lallio, sia invece concesso di fissarne almeno i nomi.
Nel gennaio del 1963 faceva ingresso in parrocchia l’arciprete Giovanni Bellini, il quale rimase a Lallio fino al 1978. Era già stato coadiutore e direttore dell’Oratorio alla chiesa cittadina di s. Maria Immacolata delle Grazie dal 1927 al 1946 e vicario e arciprete plebano di Solto Collina dal 1946 al 1962. Morì nel suo paese d’origine, Ogna, il 21 dicembre 1990, consumato da un male incurabile, aveva 87 anni. Era nato infatti il 2 marzo 1903; ordinato sacerdote il 29 maggio 1926 e il suo primo ministero si svolse a Ruota Fuori come curato per circa un anno. Aveva fondamentalmente l’animo del fanciullo. Donava se stesso e i ragazzi lo capivano e crescevano con lui. È stato scritto sul settimanale La nostra Domenica un elogio alle sue qualità di educatore: "Egli sapeva parlare al cuore dei ragazzi, con il suo cuore, e sapeva infondere in loro gli ideali della vita in Cristo, e fare amare la vita e fare gioire la vita …". Don Bellini aveva nell’animo il gusto dell’arte; anche il suo ministero sacerdotale era "un momento di arte", l’arte del bello delle anime.
Le opere eseguite nella parrocchia di Lallio confermano il suo spiccato amore verso i giovani e nei confronti dell’arte. Le opere più appariscenti hanno portato alla decorazione del presbiterio e del battistero, alla tinteggiatura della chiesa, alla riparazione del tetto. A Lui si deve l’acquisto di nuovi banchi, l’impianto microfonico e l’installazione di un congegno di termoventilazione e il dispositivo contro i fulmini.
Fece ampliare il campo sportivo, rimise a nuovo la sala del cinema con l’acquisto di un proiettore a passo ridotto e con annessi servizi per il campo sportivo.
Mise in valore la chiesetta di s. Bernardino affidando ad Achille Bonari l’edizione di un libro; fece strappare gli affreschi della facciata troppo esposti alle intemperie e li trasferì nella chiesa parrocchiale. Realizzò un cortometraggio dell’artistico presepio elettromeccanico, realizzato ogni anno da p. Sisto Caccia, scalabriniano, e con un gruppo di giovani. Nel 1974 don Bellini ebbe la gioia di celebrare con la comunità di Lallio il cinquantesimo anniversario della consacrazione della chiesa parrocchiale.
Nacque a Nembro il 29 agosto 1922 e venne ordinato sacerdote il 5 aprile 1947. divenne dottore in S. Teologia e svolse l’attività di vice rettore nel Collegio s. Alessandro (1948 – 51), fu coadiutore beneficiato di s. Agata nel Carmine alla vicinia di s. Lorenzo (1951 – 79). Svolse l’attività pastorale di arciprete di Lallio dal 1979 al 1983. Solo e infermo lasciò la parrocchia per svolgere la mansione di cappellano presso le Suore Poverelle dal 983. Nell’anno successivo ebbe la nomina di censore ecclesiastico.
A Lallio sistemò il tetto della chiesa di s. Bernardino. Nell’inviarlo al suo nuovo incarico di arciprete il vescovo Giulio Oggioni gli aveva imposto tassativamente di istituire il consiglio parrocchiale. Il suo precario stato di salute non gli permise di affrontare un problema scottante, cioè quello di animatore della gioventù provata dall’insidia della droga. Il suo immediato successore riuscirà nell’intento con iniziative vivaci e impegnative.
Nacque ad Arcene l’8 gennaio 1939 e venne ordinato sacerdote l’8 giugno 1963. Fu inviato dal vescovo come coadiutore parrocchiale a Tagliuno (1963 – 70), poi a Trescore Balneario (1970 – 83). Divenne arciprete a Lallio nel 1983 e si mise subito all’opera con atteggiamento pacato, sereno e risoluto. L’attendeva una grande attività pastorale nella formazione dei gruppi e nella conduzione di una comunità divenuta presto vivace. Affrontò decisamente il problema della casa parrocchiale abbattendola fin dalle fondamenta a causa di strutture pericolanti. In breve tempo costruì la nuova casa nella stessa posizione della precedente. Si pose quasi subito il problema dell’oratorio; fu raso al suole e ne venne costruito uno nuovo con offerte dei parrocchiani e l’appoggio della curia di Bergamo. Ancora preoccupato per i debiti da pagare si pone ora il problema dell’acquisto e della gestione della Scuola materna, mentre sono in cantiere i lavori di restauro della chiesa di s. Bernardino.
L’animo poetico di don Pasquale si manifesta nel canto, nel suonare la fisarmonica e nelle scalate alpine, infatti in Val di Non nel Trentino si è lavorato al recupero di una antica stalla per ferie di nuclei familiari e per campi scuola tra la maestosità delle Dolomiti. La ‘casa’ è stata acquistata nel 1983 e, dopo tutte le formalità richieste dagli enti amministrativi (una lungaggine di sei anni), intervenne un’impresa che demolì la cascina per costruire un nuovo scheletro, poi iniziò l’opera di volontari che hanno sacrificato per anni le loro ferie estive per andare a lavorare in Val di Non.
Il paese di Lallio si è trasformato da centro prevalentemente agricolo in zona di piccola e media industria. L’ente amministrativo comunale ha saputo guardare al futuro con la creazione di nuovi ambienti scolastici, per scuole elementari e medie, con la costruzione di una palestra e di un campo sportivo.
La realizzazione degli ultimi anni è stata concretizzata nella biblioteca per uno sviluppo culturale adeguato; essa promuove iniziative di alto livello musicale quali la manifestazione "Arte e musica nella chiesa di s. Bernardino".
Il paese, posto alla periferia sud della città di Bergamo, è servito da un autobus di linea. Altre novità sono state introdotte come la farmacia, la banca e soprattutto l’ufficio postale precedentemente posto a Grumello del Piano. Tuttavia rimangono ancora obiettivi da raggiungere per valorizzare e sostenere le persone anziane.
L’apertura di altri paesi come Portogallo e Germania (Baviera) attraverso iniziative di scambi culturali e di gemellaggio è segno positivo per il futuro.
L’antichità di Lallio si perde nelle nebbie della fantasia e si ricollega alle origini del cristianesimo per i suoi santi patroni, l’apostolo Bartolomeo e il protomartire Stefano, lapidato a Gerusalemme nell’anno 37 o in quello precedente. Bartolomeo era chiamato Natanaele, elogiato da Gesù Cristo per la sua onestà israelitica e finito scorticato per tenere fede al Vangelo. La comunità cristiana di Lallio, lungo secoli e secoli, ha dimostrato d’incarnare il messaggio della chiesa cattolica fino ai nostri giorni senza rinnegare questa civiltà d’amore.
I tempi medioevali non sono passati invano; si parlò molto di oscurantismo dopo il ritiro di Romolo Augustolo nel 476 al monastero Luculliano in prossimità di Napoli dove san Gaudioso aveva trovato asilo e raccolto l’eredità del grande sant’Agostino, ma la storia in ogni suo periodo ha le sue luci e le sue ombre.
Bergamo, arroccata sul colle di s. Vigilio, vive il primo millennio dell’era cristiana, enumerando una serie consistente di vescovi, oltre una ventina. Nell’anno 875 si trova nominato il paese di Lallio in riferimento alla chiesetta di s. Vittore, esistente a Grumello del Piano e in collegamento con la cattedrale di s. Alessandro, dove sedeva allora il vescovo milanese Garibaldo. La strada più sicura scendeva dalla parte di Astino per arrivare a Lallio per il confine di Curnasco; la congettura si fonda sulla configurazione topografica del territorio.
Nel 1300 i conventi dei frati mendicatisi trasferirono nelle vicinanze di un nuovo centro urbano arroccato intorno alla basilica di santa Maria Maggiore e nel 1400 s’impose per la sua importanza la direttrice Bergamo – Osio, fiancheggiata dalla roggia Colleonesca. Il territorio di Lallio risultò spaccato in due con i campi della Corona da un lato, sul versante di Stezzano e il centro abitato dall’altro lato sul confine di Curnasco e di Treviolo. Il paese venne bruciato e il suo castello raso al suolo con la primitiva chiesa primiceriale, sembrò tutto un disastro irreparabile e invece un’umile chiesetta campestre sorta nel 1450 in onore di s. Bernardino da Siena diede al paese un primato incontestabile e un gioiello d’arte rinascimentale.
In una riassuntiva conclusone si corre velocemente, perciò siamo già arrivati ai tempi di s. Carlo Borromeo il quale ha percorso in lungo e in largo la bergamasca per introdurre la riforma voluta dal Concilio di Trento, senza però mettere piede nel paese di Lallio. Era più comodo per lui e per gli altri starsene nel convento di s. Francesco in Bergamo e qui ricevere le persone interessate alle sue udienze. È storicamente accertato l’invio nella pieve di Lallio di un suo delegato diligentissimo. Come is capisce dalla denominazione di ‘chiesa plebana’ non si trattava di una parrocchia qualsiasi, ma aveva la responsabilità sulle comunità più vicine e il parroco di Lallio rendeva conto di un più vasto territorio da Cruno a Stezzano, da Albegno a Communnuovo, da Sforzatica Santa Maria a Grumello al Piano, anche le chiese di Treviolo e di Curnasco erano sotto la sua vigilanza pastorale.
Nel 1600 e nel secolo successivo il paese rinacque nella sua nuova chiesa e nelle case padronali e coloniche. Rimane ormai poco in quel periodo, si cerchi però di non distruggere quanto ancora esistente consolidando le costruzioni pericolanti e non radendole al suolo. Come possiamo ambientare la poesia del Tasso o le musiche del Donizetti in zona prevalentemente industriale? Un esempio lampante si è concretizzato in questi ultimi anni con le rassegne musicali promosse nella chiesa di s. Bernardino dove l’arte figurativa diventa sceneggiatura ideale.
L’epoca contemporanea, trattata come le precedenti con un certo brio, ma non senza filosofia e apertura verso orizzonti universali, rivela anche a Lallio i valori e le manchevolezze dell’uomo d’oggi; prevalgono però gli aspetti migliori e le speranze di una gioventù impegnata nel sociale con in cuore il monogramma bernardiniano e la volontà di vincere sportivamente.
La presente bibliografia non pretende di esaurire gli argomenti trattati, ma più modestamente vuol indicare le opere che sono servite maggiormente per la stesura del presente lavoro.
Sul paese di Lallio non esistono, al presente, altre opere oltre quelle indicate.
Aa. Vv., Bergamo e il suo territorio nei documenti altomedioevali Atti del Convegno Bergamo 7 – 8 aprile 1989, a cura di M. R. Cortesi, Bergamo, 1991, Provincia di Bergamo – Assessorato ai servizi sociali e culturali.
Aa. Vv., Chiesa, istituzioni e territorio Atti del corso, ottobre – dicembre 1988, a cura di L. Pagani e V. Marchetti, Bergamo, 1991, Provincia di Bergamo – Assessorato ai servizi sociali e culturali.
Aa. Vv., Comunità di Lallio – Cinquantenario di consacrazione della Chiesa parrocchiale (14 – 22 settembre 1974), op., pp. non numerate.
Aa. Vv., Diocesi di Bergamo, a cura di A. Caprioli, A. Rimordi, L. Vaccai, Brescia, 1988, La Scuola.
Aa. Vv., Enciclopedia bernardiniana, a cura di S. Aloisi, Salerno, 1984, Arti Grafiche Boccia.
BERBENNI Giosuè, L’organo Bossi della Chiesa arcipretale plebana di Lallio, Bergamo, 1992, Tip. Vitali.
BERNARDI Valentino, La chiesetta di S. Bernardino da Siena in Comune di Lallio (Bergamo), Bergamo, 1900, Ist. Arti Grafiche, ristampato in P. Moranti – T. Rota, vedi.
BONARDI Achille, La chiesa di San Bernardino in Lallio e i suoi affreschi, Bergamo,1978, Bolis.
CALVI donato, Effemeride sagro – profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo sua diocese et territorio da’ suoi principi fin’al corrente anno, Milano, 1676, F.lli Vigone, 3 voll.
CAMOZZI Ermenegildo, La Visita ad Limina Apostolorum dei Vescovi di Bergamo (1590 – 1696), Bergamo, 1992, Provincia di Bergamo – assessorato ai servizi sociali e cultura – Centro di documentazione beni culturali.
Carte très particulière du BERGAMASCO faisant partie des États de la République de Venise, dressée sue le Mémoires le plus nouveaux d’Italie, par E. B. Nolin, Géographe Ord. Du Roy à Paris, chez J. B. Nolin sur le Quay de l’Horloge du Palais à l’Enseigne de la Place des Victoires vers le Pont Neuf avec privilège du Roy, 1701.
CHIODI Luigi, Note brevi di cose bergamasche ignote o quasi, Verdello, 1988, Comune di Verdello.
COLOMBELLI PEOLA Carla, Il movimento sociale cattolico nelle campagne bergamaschi (1894 – 1904), Milano, 1977, SugarCo.
DEL BELLO Sergio, Indice toponomastico altomedioevale del territorio di Bergamo secoli VII – IX, Milano, 1886, Biblioteca civica.
GHIRARDELLI Lorenzo, Il memorando contagio seguito in Bergamo l’anno1630. Historia scritta d’ordine pubblico, Bergamo, 1681, F.lli Rossi.
GLI ATTI della visita apostolica di S. Carlo Borromeo a Bergamo, a cura di A. G. Roncalli e P. Forno, Firenze, 1936 – 1957, Holschki.
JARNUT Jorg, Bergamo568 – 1098, Storia istituzionale, sociale ed economica di una città lombarda nell’alto medioevo, Bergamo, 1981, Archivio Bergamasco.
LEZZE Giovanni (da), Descrizione di Bergamo e suo territorio 1596, a cura di V. Marchetti e L. Pagani, Bergamo, 1988, Provincia di Bergamo – Assessorato all’istruzione e cultura.
LUPO Mario, Codex diplomaticus Civitatis et Ecclesiae bergomensis … digestus notis, et animadversionibus illustratus … Precedit prodomus historico – criticus de rebus Bergomatium a declinatione romani imperii ad seculum octavum, Bergamo, 1784 – 1799, Antoine, 2 voll.
MAIRONI DA PONTE Giovanni, Dizionario odeporico o sia storico – politico – naturale della provincia bergamasca, Bergamo, 1819 – 20, Tip.Mazzoleni.
MARCHETTI Cristoforo, Esposizione ovvero discorso sopra il motto solo in fatica posto sopra la Porta maggiore della Casa del sig. Theobaldo Faticati nella terra di l’Aglio del molto Rev. Sig. Don Christoforo Marchetti Rettore della Parrocchiale di Brusciaporto, in Bergamo, Per Valerio Ventura, 1622.
MAZZI Angelo, Alcune indicazioni per servire alla topografia di Bergamo nei secc. IX e X, Bergamo, 1870, Tip. Pagnoncelli.
MORANTI Paola – ROTA Tarcisio, Arte e storia nella Chiesa di San Bernardino in Lallio, Lallio, 1992, Comune di Lallio.
RAVANELLI Renato e VALVASSORI Sandro, Bergamo nella sua storia, Bergamo, 1983, Il Conventino.
RONCHETTI Giuseppe, Memorie istoriche della città e chiese di Bergamo, 1805 – 19, 1839.
ROTA Pietro, Le decime di Lallio. Esposizione storica e giuridica, Bergamo, 1889, Tip. S. Alessandro.
STORTI STORCHI Claudia, Diritto e istituzioni a Bergamo dal comune alla signoria, Milano, 1984, Giuffré.
875 settembre 11. Levate
[Io] Stefano, diacono, figlio di fu Andrea di Stezzano, voglio e stabilisco per mezzo di questa pagina [ordino] oppure confermo che da oggi. giorno della mia morte, passi a Giovanni chierico, figlio di fu A. […], […] finché egli stesso sarà in vita, la mia cappella intitolata a s. Vittore, sita in Grumello […], […] tutte le proprietà che stanno attorno alla chiesa, sia quelle della corte (domocultile) che quelle di mezzadria (masariciis), voglio e di seguito […] […]. Il suddetto Giovanni chierico, finché sarà in vita, dodici sacerdoti di condizione povera e in modo regolare […] […] debbano dare il loro nome per un pane a testa e carne e formaggio […] […] Dispongo che debba avere un potere (nomine) effettivo e godere l’usufrutto per il bene della mia anima e circa […] […] fare quello che gli piacerà; che debba avere case ed averi e godere l’usufrutto […] secondo il diritto, […] […] Alla morte del medesimo chierico Giovanni voglio e stabilisco che debba avere tutte le cose che si leggono qui sopra […] […] il diacono Rotpaldo mio nipote, finché egli vivrà, per il bene della mia anima e allo stesso modo […]pe per ogni mio anniversario come ho ingiunto prima al chierico Giovanni e finché lo stesso Rotpaldo diacono a […] […] fare l’usufrutto che gli piaccia e che non debba vendere le case o i beni a norma di diritto se non […] […]. Poi, in seguito alla morte del medesimo Rotpaldo, la proprietà passi al mio nipote, cioè al chierico Andrea, figlio […] […]a ciò di cui si vide in precedenza, nei confronti dei poveri o della mensa sacerdotale ho ritenuto di fare come […] […]tra finché vivrà goda di un usufrutto che gli piaccia in suffragio della mia anima e che abbia case e oggetti […] […] e ne goda l’usufrutto. Poi, dopo la morte di queste tre persone Giovanni, Rotpaldo, Andrea, passi […]. Gli (officianti) di s. Alessandro che servono nella medesima chiesa, là dove per sempre riposa il suo c(orpo) santo, si impegnino a fare ai […]a poveri o ai sacerdoti un pasto per la mia anima ad ogni anniversario […] […] Facciano quanto loro pare e piace, che debbano avere poi case e proprietà senza l’opposizione di alcuno e se il (vescovo) […]. Se contesteranno con la forza agli stessi officianti delle case o proprietà o suppellettili allora […] in nome dei miei eredi, per la mia anima. Infatti, se nei confronti dei sopraddetti officianti, contro la disposizione […] facciano come più sopra si legge. E io, quello di cui sopra, diacono Stefano, voglio che la stessa elemosina o […], […], che si legge più sopra, coloro che faranno lo stesso pasto, debbano avere mandato dall’arciprete per […], […] accadrà di conseguenza che abbia come remuneratore Dio perché ha agito rettamente e debba dare a lui stesso […]. E se forse il chierico Giovanni si sottrarrà al fare lo stesso pasto, che si legge sopra, e non lo farà [l’eredità] passi a Rotpaldo e se Rotpaldo si sottrarrà ai suoi impegni, passi ad Andrea e se Andrea si sottrarrà [al suo dovere] passi a […]. Agli officianti nella modalità come si legge pi sopra. voglio l’ufficiatura poi e la luminaria nella suddetta mia cappella […] […]. Il chierico Rotpaldo, mio liberto, che debba avere la decima della stessa corte e la metà delle case e degli averi […]. Sono dell’idea che egli debba avere finché vivrà la proprietà in Lallio che mi sono pervenute in permuta da s. Alessandro […] debba godere l’usufrutto e fare l’ufficiatura e le luminarie nella suddetta cappella secondo Dio per il bene dell’anima mia […] […]. Alla morte del medesimo chierico Ratpaldo, debba avere [i beni] quel sacerdote che li terrà l’ufficiatura e le luminarie […] e di colui che terrà la stessa corte che provveda egli e che lì secondo Dio e la legge canonica […] […]. Lì avvenga allo stesso modo come si comporterà con il Signore, che sia la preghiera per loro. Poi della rimanente metà del suddetto paese di Lallio […] sono dell’idea che abbia il possesso e che debba tenerla Roteperto mio servitore e liberto, finché egli vivrà per il suffragio […] Il nostro usufrutto che egli vorrà, delle case e poi degli averi, debba trarre l’usufrutto e non venderli a norma di legge. Alla morte tanto quello che ho deciso a riguardo di Roteperto, case ed averi, passi a Teuderolfo, figlio di fu […], che in nome del mio fraterno diritto di proprietà agisca in suffragio della mia anima oppure ai suoi eredi e faccia […]. E lo stesso Teuderolfo, oppure i suoi eredi, dopo la morte del soprascritto Roteperto, la casa poi e le proprietà all’interno […] le mura di Bergamo o i vigneti attigui alla stessa casa che si trova in Galinaria finché il soprascritto chierico Giovanni e Andrea […] Giovanni vivranno, debbano possederle, mantenerle e goderne l’usufrutto e non alienare a norma di legge. Dopo la loro morte, passi la stessa casa integralmente, con tutti il suo terreno ad Albonio, mio fratello o ai suoi eredi insieme con la (metà) del sopradescritto vigneto. La rimanente metà dello stesso vigneto passi ai sopradescritti officianti di s. Alessandro […] […] senza nessuna contestazione. Tutte queste disposizioni rimangano così come si legge più sopra per la mia anima circa […] […]. Giudicherò e a chiunque toglierò qui dal testamento qualcosa che si riferisce agli esempi e per mezzo di (uomini) di fiducia […] che possa con gli stessi esempi far valere questo testamento come autentico. Così è la mia volontà.
Atto redatto a Levate, trentun giorni dopo la morte del signor Ludovico imperatore, l’undici settembre, alla nona indizione.
Sottoscritti Stefano diacono, ho firmato questa disposizione da me data.
+ per mano di Agemondo di A[…]
+ per mano di Ragione di Moregio testimone
+ per mano di Benedetto di Osio testimone
+ per mano di Rodaldo di Casella testimone
Io […] notaio ho scritto, ho completato e pubblicato le medesime volontà.
|
Anno |
Abitanti |
Fonte |
|
|
1575 |
122 |
Vis. pastorale s. Carlo |
|
|
1630 |
171 |
prima della peste |
Ghirardelli |
|
1631 |
52 |
dopo la peste |
Ghirardelli |
|
1659 |
150 |
Vis. pastorale Barbarigo |
|
|
1680 |
310 |
Vis. pastorale Giustiniani |
|
|
1781 |
317 |
Vis. pastorale Dolfin |
|
|
1840 |
328 |
Arch. comunale |
|
|
1853 |
404 |
Arch. comunale |
|
|
1861 |
497 |
M = 232 F = 265 |
Censimento |
|
1863 |
474 |
Vis. pastorale Speranza |
|
|
1881 |
527 |
legale = 525 censimento |
Censimento |
|
1901 |
651 |
Arch. comunale |
|
|
1903 |
685 |
Arch. comunale |
|
|
1907 |
725 |
Vis. pastorale Radini |
|
|
1911 |
760 |
censimento |
Censimento |
|
1914 |
807 |
Arch. comunale |
|
|
1916 |
785 |
Arch. comunale |
|
|
1917 |
788 |
Arch. comunale |
|
|
1918 |
770 |
Arch. comunale |
|
|
1920 |
760 |
Arch. comunale |
|
|
1931 |
831 |
censimento |
Arch. comunale |
|
1936 |
839 |
censimento M = 410 F = 429 |
Arch. comunale |
|
1937 |
831 |
Arch. comunale |
|
|
1939 |
1028 |
Arch. comunale |
|
|
2/5/45 |
880 |
sfollati = 20 popolazione in quel giorno = 919 |
Arch. comunale |
|
19/11/45 |
894 |
Arch. comunale |
|
|
1945 |
894 |
Vis. pastorale Bernareggi |
|
|
1946 |
909 |
Arch. comunale |
|
|
1/1/94 |
2820 |
Arch. comunale |
|
Anno |
Lista elettorale amministrativa |
Lista elettorale politica |
|
1806 |
48 / 50 ? |
|
|
1862 |
70 |
2 |
|
1863 |
66 |
1 |
|
1864 |
65 |
1 |
|
1865 |
61 |
1 |
|
1884 |
l. elettorale comunale = 2 |
|
|
1898 |
79 |
|
|
1899 |
82 |
|
|
1900 |
82 |
46 |
|
1901 |
82 |
|
|
1903 |
81 |
|
|
1904 |
78 |
|
|
1905 |
77 |
|
|
1906 |
76 |
44 |
|
1907 |
73 |
44 |
|
1909 |
72 |
|
|
1910 |
74 |
|
|
1911 |
74 |
|
|
1912 |
72 |
|
|
1913 |
58 |
|
|
1914 |
163 |
|
|
1946 |
473 |
|
|
1947 |
488 (m = 236, f = 258) |
|
1809 |
Giuseppe Mercanti |
|
1862 |
c.te Giò. Ba. Maffeis |
|
dal 1871 al 1874 |
Il consiglio comunale è presieduto da assessori |
|
1875 |
Bortolo Ceresa |
|
1875 |
Il consiglio comunale è presieduto da assessori |
|
1877 |
c.te Giò. Ba. Maffeis |
|
1883 |
c.te dott. Antonio Maffeis |
|
1898 |
Luigi Pesenti (+ 1906) |
|
1907 / 20 |
rag. Enrico Galli |
|
1921 |
rag. Carlo Zanchi |
|
1926 |
Pietro Goisis, commissario e podestà |
|
1931 |
Giacomo Pedrinelli, podestà |
|
1936 |
Carlo Camilletti |
|
1944 / 1945 |
Nicola Fierro, commissario |
|
1945 / 1946 |
rag. Alessandro Pesenti |
|
1946 / 1951 |
Emilio Marconi |
|
1951 / 1956 |
Lorenzo Caroli |
|
1956 / 1970 |
Emilio Marconi |
|
1970 / 1979 |
Renzo Bellini |
|
1979 / 1980 |
Bruno Ambrosiani |
|
1980 / 1984 |
Giovanni Docchio |
|
1984 / 1990 |
rag. Guido Milesi |
|
1990 / … |
dott. Ruben Agazzi |
|
1315 |
Filippo |
|
1492 / 1527 |
Giacomo Adelasio |
|
1527 |
Benedetto Zois |
|
1550 |
Marcantonio Tasca |
|
1553 |
Paolo Poli dei Mapelli |
|
1600 |
Muzio Tasca |
|
1613 |
Lorenzo Salvagli |
|
1625 / 1628 |
Parrocchia vacante, retta dagli economi spirituali Nunzio Brembilla, Girolamo Bergamino e Francesco Consonni |
|
1628 |
Giacomo bianchetti |
|
1646 |
Nicola Pagnoncelli |
|
1647 |
Ambrosio Carlo Cari |
|
1687 |
Francesco Bosio |
|
1702 |
Giacomo Barbaglio |
|
1738 |
Francesco Zanchi |
|
1783 |
Giacomo Valli |
|
1789 |
Giovanni Battista Zuccala de’ Locatelli |
|
1797 |
Andrea Personeni |
|
1831 |
Girolamo Giambarini |
|
1855 |
Antonio Ubiali |
|
1856 |
Federigo Motterlini |
|
1871 |
Pietro Rota |
|
1896 |
Pietro Palazzini |
|
1906 |
Lugi Canova |
|
1921 |
Pietro Dolci |
|
1928 |
Carlo Scuri |
|
1935 |
Carlo Pagnoncelli |
|
1963 |
Giovanni Maria Bellini |
|
1979 |
Silvio Cividini |
|
1983 |
Pasquale Beretta |
ELENCO DELLE STRADE – anno 1872
|
DENOMINAZIONE |
DA |
A |
LARGH. |
LUNGH. |
F |
|
Piazza comunale |
sacrato |
trivio per s. Bernardino |
16,6 |
65 |
s |
|
Contrada della chiesa |
piazza |
via per Grumello |
8 |
74 |
s |
|
Contrada maggiore |
piazza |
via per Sforzatica |
4 |
227 |
s |
|
Contrada del trivio per Sforzatica alla Contrada del Pero |
3,7 |
34 |
s |
||
|
Vicolo della chiesa e piazzetta Ghio |
piazza |
finire della sagristia |
1,6 |
30 |
s |
|
Contrada s. Bernardino |
piazza |
Contrada del Pero |
4,8 |
102 |
s |
|
Contrada del Pero lungo la Verdellina |
Contrada s. Bernardino |
casa Piccinelli |
4,65 |
172 |
s |
|
Contrada per Sforzatica |
Contrada maggiore |
via di Sforzatica |
4 |
77 |
s |
|
Contrada alla Vailetta |
Contrada maggiore |
via della Vailetta |
4 |
61,5 |
s |
|
STRADE ESTERNE |
|||||
|
Strada per Grumello |
Contrada della chiesa |
4,6 |
184 |
g |
|
|
Strada per la Vailetta |
3 |
100,5 |
g |
||
|
Strada dei Prati alla Vailetta |
finire della strada per la Vailetta |
provinciale per Osio |
3,6 |
339 |
g |
|
Strada dell’argine |
dall’angolo sud – est del brolo Maffeis |
trivio della strada del Foppone e dei Morti |
85 |
s g |
|
|
Strada del Foppone |
trivio della strada dell’argine |
sito del Foppone |
3,45 |
230 |
g |
|
Strada dei Morti |
trivio della strada dell’argine e del Foppone |
incontro della strada per Sforzatici presso la Santella dei Morti |
3 |
152 |
g |
|
Strada per Sforzatica |
trivio con la strada del Lupo |
confine |
4.5 |
1050 |
g |
|
Strada del Lupo alle Cave presso la Vailetta |
provinciale |
Campi detti Le Cave |
3 |
144 |
g |
|
Strada del Pero lungo la Verdellina |
angolo della casa Piccinelli |
3 |
200 |
s g |
|
|
Strada delle Pezze |
strada per Treviolo |
Campi Le Pezze |
3 |
475 |
g |
|
Strada per Treviolo |
finire della strada del Pero |
confine |
3,7 |
115 |
g |
|
Strada delle Foppe per Curnasco |
finire della contrada s. Bernardino |
confine |
4,7 |
600 |
|
|
Strada del Pascoletto, si stacca da quella delle Foppe fino al confine con Curnasco |
3,5 |
791 |
|||
|
5308 |
|||||
|
F = fondo, g = ghiaia, s = selciato |
|||||